L’approccio al conflitto è sempre stato problematico per la cultura occidentale. Si tende a subire il mito dell’unità armonica che inevitabilmente rende il conflitto una miccia, un elemento d’ostacolo, una difficoltà da negare, prevenire, evitare.

Questo approccio non rende ragione alla complessità ed alla ricchezza dell’esperienza conflittuale e, l’inevitabile incapacità che produce nella gestione delle relazioni problematiche, non fa che rafforzare la sensazione che il conflitto sia qualcosa di tremendo, anticamera della violenza e origine di tutti i mali.

Il Conflitto

Ma evitare il conflitto è una strada senza via d’uscita. Il conflitto è un elemento sostanziale delle relazioni umane: le cattive relazioni non sono quelle conflittuali, ma quelle che impediscono la divergenza, il riconoscimento dell’alterità, dell’altro punto di vista, dell’altro bisogno, stabilendo una specie di “tranquillità” dove non è consentito nessuna comunicazione discordante e dove tutto sembra risolversi in un conformismo piatto e senza gusto.

Conflitto e violenza, dunque, sono due termini ben distinti che spesso vengono confusi. Intanto presentano caratteristiche diverse e non sovrapponibili.

Il conflitto, a sua volta, può essere costruttivo se è aperto, chiaro, limitato nel tempo, si riferisce ai contenuti della comunicazione e non alla relazione tra i comunicanti ed ostruttivo se è rigido, nascosto, negato. In generale, il conflitto è un contrasto, una divergenza, un’opposizione senza componenti di danneggiamento irreversibile, viene affrontato con l’intenzione di mantenere e sviluppare la relazione anche se in maniera faticosa e problematica.

La violenza è un vero e proprio danneggiamento intenzionale di tipo fisico, psicologico, sessuale, economico, viene agita con la volontà di eliminare la relazione, considerata portatrice del problema, come forma di “soluzione” semplificante ed unilaterale.

Da questo punto di vista il superamento della violenza non si ottiene eliminando gli elementi critici della convivenza (i conflitti) ma grazie ad un’assunzione di consapevolezza degli aspetti che hanno generato lo scontro con l’alterità.

La confusione che regna sovrana è la tendenza a considerare il conflitto come preludio inevitabile di un attacco violento della relazione (a volte i conflitti possono degenerare in violenza, ma non è vero che la violenza è sempre la conseguenza di un conflitto intenso).

Queste modalità associate al background socioculturale, alla nostra storia personale relazionale, alle esperienze vissute, alla confusione semantica, impediscono di cogliere le potenzialità dell’esperienza conflittuale, associandole inevitabilmente ad un profondo senso di colpa, così forte che porta ad un’incapacità di riconoscere le situazioni di effettiva violenza.

La conseguenza è che in età adulta ci si ritrova in serie difficoltà nell’affrontare ogni tipo di conflitto, nel riconoscere quando occorre opporsi e resistere esplicitando le proprie ragioni, o con una vera e propria incapacità ad identificare nelle proprie relazioni le componenti conflittuali. Pur di non ripetere l’errore, per paura di non essere in grado di stare al mondo, si rinuncia ad esprimere le proprie opinioni contrarie e legittime, impedendo in questo modo alle relazioni di evolversi e favorendo l’instaurarsi di quelle condizioni emotive e psichiche all’origine della violenza.

E’ fondamentale che la persona sia messa in grado di decodificare in maniera corretta e adeguata quello che le succede, nella consapevolezza che si può stare in relazione senza violenza anche se c’è conflitto e che questo rappresenti uno dei modi per garantirsi rapporti sani, non violenti.

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Psicologa-Psicoterapeuta

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