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Di cosa parliamo quando ci riferiamo alla pratica dell’ utero in affitto?

Un embrione viene impiantato in una donna che si impegna a consegnare il figlio ad una coppia committente, subito dopo il parto. Questa pratica viene definita «gestazione per altri» (GPA) o «maternità surrogata».

La maternità surrogata può esplicarsi in varie forme:

1) surrogazione di utero, detta anche “utero in affitto” in cui gli embrioni, fecondati con gli spermatozoi del padre committente e gli ovociti della madre committente vengono impiantati nell’utero della madre surrogata, che porterà avanti la gestazione. E’ l’unico modo per avere un figlio naturale biologicamente omologo, in tutto e per tutto frutto dell’unione tra sé e il proprio marito/compagno;

2) surrogazione di ovocita e di utero in cui gli embrioni, fecondati con gli spermatozoi del padre committente e gli ovociti della madre surrogata, vengono impiantati nell’utero della madre surrogata, la quale è sia madre genetica/biologica che madre gestante. Non esistesse un contratto a monte, il figlio sarebbe a tutti gli effetti della madre surrogata con tutti i conseguenti problemi emotivi che potrebbero sorgere. Per tale motivo questa surrogazione (detta tradizionale) è ritenuta una procedura troppo problematica anche sul piano giuridico ed è espressamente vietata in molti Paesi (ad esempio Italia, Francia, Spagna, Germania, Austria, e Svizzera).

3) surrogazione gestazionale in cui l’ovocita viene donato da una donatrice, diversa dalla madre surrogata. Si rinvengono pertanto tre madri: la madre genetica/biologica (la donatrice di ovulo), la madre gestante e la madre committente. In questa procedura l’ovocita della donatrice (la madre genetica, appunto) viene fecondato dallo spermatozoo del padre marito/compagno della madre committente, e poi gli embrioni vengono impiantati nell’utero della madre surrogata.

4) quando sia  l’ovocita che lo spermatozoo sono donati e quindi sia la madre surrogata  i genitori adottivi non hanno nessun legame biologico e genetico con il bambino.

A livello globale l’industria della maternità surrogata muove miliardi di dollari all’anno, riducendo la maternità ad un mero  affare economico. Si parla  «di turismo riproduttivo» .

Molti accostano la pratica della «maternità surrogata alla dimensione del dono.  Ma occorre precisare che le donazioni, come quelle di un rene o di un pezzo di fegato, rientrano nella casistica della donazione di organi e tessuti e, come si legge anche sul sito A.I.D.O.,  è un atto gratuito e di solidarietà per il quale non è consentita alcuna remunerazione  economica e non è possibile conoscere l’identità del donatore e del ricevente.

Il bambino  viene visto come un  prodotto, oggetto di   compravendita.

Quella surrogata, è una gravidanza  tecnologica  in  cui ci sono rischi e complicazioni  per la madre e per il bambino.

Nella natura infatti, il contatto madre-figlio viene mantenuto per più tempo possibile. Quando il bambino nasce conosce una sola cosa: sua madre, la sua voce, il suo odore, il ritmo del suo corpo. Nella maternità surrogata invece il bambino viene subito strappato alla madre: fare questo, sostenendo che tra madre e figlio non ci sia alcun legame, è molto pericoloso per la salute di entrambi.

Quanto costa affittare un utero?  Esiste un vero tariffario che varia da nazione a nazione. Facendo leva sull’estremo bisogno economico, la vendita dei bambini è diventata una piaga sociale  in particolare in quei paesi poveri, dove le donne vedono questa pratica come una fonte di sostentamento per l’intera famiglia. Facendo un giro sul web si trovano annunci di ogni tipo. Esistono siti di agenzie in vari paesi , molto accurate nelle spiegazioni di come poter scegliere le caratteristiche somatiche del bambino commissionato.

Quali sono le conseguenze che la pratica dell’utero in affitto comporta sulle donne e sui bambini ?

In base alle attuali conoscenze in campo psicoanalitico e psichiatrico si tratta di una attività ad altissimo rischio per l’insorgenza di gravi patologie psichiatriche sia per la madre surrogata che per il bambino.

Il compito di una madre surrogata è quello di portare avanti la gravidanza e partorire senza complicazioni. E qui la madre surrogata deve opprimere tutti i suoi sentimenti, istinti e desideri materni.

Gli psicologi perinatali affermano che esiste un periodo di gravidanza in cui è presente un forte desiderio di arredare la cameretta, scegliere accessori per il bambino, comprare cuffie e scarpine e anche se  la madre surrogata prova ad opprimere questa “sindrome di annidamento”, ciò le risulta abbastanza difficile. In questa situazione l’unica salvezza sono i figli propri. Sono loro, come anche la sua famiglia, che possono distrarre la madre surrogata dagli istinti materni risvegliati e rivolgere la sua attenzione a loro. Per la madre surrogata il rischio collegato alla cessione del bambino è molto elevato per gravi patologie psichiatriche soprattutto di natura depressiva e per il suicidio.

Il problema psicologico principale delle madri surrogate può essere l’avvertenza della “ personalità dissociata”; da un lato si pianifica un intervento medico ai fini di migliorare le proprie condizioni economiche,  dall’altro lato ci si sente una donna incinta che ama il nascituro e non vuole rifiutarlo.

Le emozioni positive vissute dalla madre consentono la messa in circolo di endorfine (ormoni della felicità) da parte del sistema limbico che favoriscono la crescita del nascituro ed in particolare lo sviluppo del suo sistema immunitario .

“Al contrario una madre ansiosa e/o sottoposta a stimoli stressanti produce una grande quantità di “ormoni dello stress “ come il cortisolo e le catecolamine che notoriamente possono provocare tachicardia e agitazione psicomotoria. Così il piccolo sa avvertirne l’angoscia, l’eventuale freddezza, il distacco, l’isolamento, il rifiuto, l’atteggiamento minaccioso. Atteggiamenti interiori di rifiuto prolungato possono avere un effetto disastroso sulla psiche del nascituro potendo successivamente compromettere quel senso di autostima di cui ciascun essere umano necessita per potere affrontare le prove della vita.

Il dibattito sulla maternità surrogata (GPA) deve tornare a concentrarsi sul primo interessato: il bambino.

Separarlo da colei che l’ha portato in grembo nove mesi e alla quale si è attaccato è una frattura traumatica dalle conseguenze bio-psico-sociali nefaste, per tutta la vita.

Una domanda che gli studiosi si pongono è: nel periodo prenatale il bambino può “pensare” e condividere gli stati d’animo della madre?

Emerge con costanza nella letteratura psicoanalitica, M.Klein, H,Kohut. D. Winnicott per citare gli autori più conosciuti e autorevoli, suffragata da deduzioni sui comportamenti dei lattanti (infant observation) e sui loro vissuti da adulti, la consapevolezza di un rilevante trauma infantile nel caso di separazione dalla madre biologica. Il dialogo sensoriale ed emotivo fra madre e feto inizia e si struttura durante la gravidanza per cui quel bambino è figlio di quella madre indipendentemente dalla genetica.

Nel grembo i bambini imparano la lingua della mamma. E dopo la nascita ancora ricordano e riconoscono alcune parole. Sanno distinguere la lingua materna dalle altre. Sanno riconoscere il tocco della mamma, muovendosi in un modo particolare per comunicare con lei.

Ma il legame va ben oltre il linguaggio e la comunicazione. Quando la madre ha problemi cardiaci, le cellule staminali del bambino in grembo migrano fino al luogo dove c’è il danno e lo riparano. I maschietti lasciano tracce del loro DNA che arrivano al cervello della madre e aiutano nella prevenzione del morbo di Alzheimer. Non finisce qui. Gli anticorpi della mamma vanno a proteggere il bambino  attraverso la placenta e poi attraverso il latte materno, con benefici effetti sul sistema immunitario del piccolo, prima e dopo la nascita. Lo proteggono da batteri e virus. Quando poi il bambino nasce il latte materno è prodotto in modo diverso a seconda del sesso del bambino: le mamme hanno “ricette biologiche” diverse, per i maschietti e per le femminucce

In questo momento storico emerge la necessità impellente di non cadere in una disumanizzazione dell’essere umano.

Il progresso, la tecnologia deve essere al servizio dell’umanità, l’uomo non deve essere ostaggio di niente e nessuno, ogni innovazione deve contribuire ad una sana evoluzione, funzionale che ci permetta di vivere sane e buone relazioni, non  inficiate da nessun tipo di artefizio che non permetta all’uomo di essere ben contenuto in questa società in evoluzione ma che spesso si rivela in involuzione.

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