Un Dio che sorride non è un Dio meno grande, ma un Dio più vicino; un Dio che non incute timore, ma offre conforto, che non giudica attraverso la paura, ma accompagna attraverso l’amore.
Dio ride di Giovanni Veronesi è un’opera intensa, lucida e potente nell’illuminare le enormi contraddizioni della religione.
Dio ride di Giovanni Veronesi
La vicenda è ambientata nel Seicento, durante il pontificato di Papa Innocenzo X. Fra Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino) fugge dalla peste attraversando i calanchi dell’Umbria, portando sulle spalle il priore anziano e malato, interpretato da Paolo Rossi.
Rimasto solo, raggiunge un povero convento scavato nella roccia dove incontra un giovane fraticello, interpretato da Francesco Gheghi.
È qui che prende forma la sua predicazione, decisamente fuori dagli schemi: un linguaggio umbro reinventato, ingenuo, fanciullesco e irresistibilmente ironico, attraverso il quale Fra Leopoldo traduce il Vangelo in motti di spirito.
Un modo singolare di parlare agli ultimi, rendendo accessibile una parola che vuole essere soprattutto vicinanza, consolazione e speranza.
Il confronto tra Favino e Silvio Orlando: due prove d’attore memorabili
La spontaneità del frate finisce peró per mettere in allarme la Chiesa di Roma che fatica ad accettare l’idea di un Dio capace di ridere.
Quando Roma si accorge che i fedeli sono attratti dalla predicazione di quello che viene considerato un eretico, invia sul posto il cardinale Maculani (Silvio Orlando), intellettuale e teologo dell’Inquisizione.
Il confronto tra i due diventa il cuore pulsante del film. Da una parte il cinismo e il potere; dall’altra una fede semplice, ostinata, profondamente radicata nell’amore.
Il cardinale vorrebbe chiudere rapidamente la questione, ottenendo l’abiura di Leopoldo in cambio della salvezza, ma si trova davanti un uomo disposto ad affrontare persino il martirio e la tortura pur di non rinnegare ciò in cui crede.
Favino e Orlando, due personalità artistiche di grande spessore, capaci di sostenere un duello interpretativo di rara intensità
Pierfrancesco Favino è funambolico nella costruzione di un personaggio che plasma parole, accenti e sonorità, facendo della lingua un’autentica espressione di libertà.
Silvio Orlando, dal canto suo, offre una prova sublime: misurata, tagliente, capace di affidare anche al silenzio e a una frase appena sussurrata una forza dirompente.
Accanto a loro, meritano attenzione Francesco Gheghi, Carlo Cecchi, Gisella Volodi e Alma Noce.
Un cast che contribuisce a dare profondità e sfumature a una narrazione popolata di personaggi tutt’altro che convenzionali.
Le Crete Senesi, una meraviglia che diventa racconto
A conquistare non è soltanto la qualità delle interpretazioni.
Dio ride è anche un film di grande suggestione visiva, nel quale i luoghi non fanno semplicemente da sfondo, ma partecipano attivamente alla narrazione.
I magnifici paesaggi delle Crete Senesi con le loro distese ondulate, le terre argillose e gli orizzonti sconfinati, restituiscono una bellezza aspra e quasi primordiale.
Luoghi capaci di evocare solitudine, smarrimento e contemplazione, perfettamente in sintonia con il cammino interiore del protagonista.
Ai Bagni di San Filippo, nel territorio di Castiglione d’Orcia, alle pendici del Monte Amiata, prende vita una delle sequenze più significative del viaggio di Leopoldo, legata alla scomparsa del priore. Un luogo di straordinaria bellezza naturale dove le suggestive formazioni calcaree e le acque termali fanno da cornice a un passaggio cruciale della narrazione.
La natura, nella sua imponenza, sembra mettere a nudo l’uomo, le sue fragilità e le sue contraddizioni.
A completare questo raffinato impianto estetico concorrono la fotografia di Maurizio Calvesi, le musiche di Paolo Buonvino e i costumi di Carlo Poggioli che restituiscono con cura l’atmosfera dell’epoca senza appesantire il racconto.
Un Dio che ride: la lezione di Fra Leopoldo
Il film non risparmia una critica severa a una concezione dell’evangelizzazione che, nel corso della storia, ha finito per privilegiare il controllo e la repressione rispetto alla missione autentica del messaggio cristiano.
Una contraddizione che emerge con particolare evidenza nel contrasto tra l’intransigenza dell’Inquisizione e la predicazione di Fra Leopoldo capace di avvicinare le persone a Dio attraverso il sorriso.
Non è casuale il richiamo conclusivo a Papa Francesco e alla sua Evangelii gaudium, l’esortazione apostolica che pone la gioia al centro dell’annuncio cristiano.
Una frase, ormai celebre, accompagna il senso ultimo della pellicola: «Si può ridere anche di Dio, basta continuare ad amarlo».
Fra Leopoldo non ride di Dio e della sua Parola, ma ride con Dio. La sua ironia non è irriverenza, bensì un modo per rendere la fede più vicina all’uomo, soprattutto a chi vive ai margini, nella povertà e nella sofferenza.
Il sorriso quale forma di resistenza
Dio ride lascia così allo spettatore una riflessione: la fede, quando è autentica, non può essere prigioniera della rigidità, ma deve saper generare fiducia nella vita.
Anche nei momenti più bui, il sorriso può diventare una forma di resistenza, un farmaco di speranza e un modo profondamente umano per continuare a credere.


