Il sistema alla prova della Consulta


La legge numero 180 è stata promulgata il 9 ottobre 2026 dal presidente della Repubblica e riguarda la nuova legge elettorale, che sembra avere diversi elementi di incostituzionalità, ma Sergio Mattarella ha preferito avere un atteggiamento pilatesco.

L’autorevole politologo Roberto D’Alimonte, in un recente articolo, ha definito la legge una combinazione di due sistemi elettorali, che possono determinare effetti opposti.

La legge può essere chiamata in tre modi diversi: Stabilicum, Melonellum o anche, come preferiamo definirla io e il segretario del Psi, Meloncellum, per dare il segno dell’ubriacatura istituzionale, oltre che della determinazione con cui la stessa premier ha saputo imporsi alla maggioranza che la sostiene, attraverso un ritmo incessante di voti di fiducia.

Il premio di governabilità

Per Roberto D’Alimonte questa legge elettorale sarà in grado di produrre completamente i suoi effetti solo se la coalizione con più voti riuscisse a superare la soglia percentuale del 42 per cento dei votanti in entrambi i rami del Parlamento.

In effetti, solamente in quel caso la coalizione vincente riuscirebbe a ottenere un premio che consiste nell’assegnazione di ulteriori settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato.

Questo premio consentirebbe di avere una maggioranza assoluta in Parlamento, variabile tra il 52 e addirittura il 56 per cento.

I nominativi del listone dell’eventuale premio di governabilità saranno suddivisi fra le 26 circoscrizioni elettorali e saranno stampati sulla scheda, ma solo per una presa visione da parte dell’elettore, mentre più sotto ci saranno i nominativi dei candidati da votare, attraverso una crocetta in un quadratino.

Il politologo chiarisce come allargare di centocinque unità il numero dei parlamentari vincenti significhi, nello stesso tempo, tagliare di altrettanti parlamentari quello dei perdenti.

Se nessuna coalizione arrivasse al 42 per cento, il Meloncellum cambierebbe completamente natura, perché assegnerebbe con il sistema proporzionale puro 392 seggi alla Camera e 196 al Senato, mentre gli altri 12 scranni, otto a Montecitorio e quattro a Palazzo Madama, riguardano le circoscrizioni estere.

Le novità del sistema

La grande novità della legge è rappresentata dall’eliminazione dei collegi uninominali, che invece erano previsti dalla precedente, chiamata Rosatellum bis, in riferimento al sistema ideato nel 2017 dal politico renziano Ettore Rosato.

Questi collegi uninominali erano complessivamente i tre ottavi del totale dei seggi in entrambe le Camere.

La soglia di sbarramento resta come quella del Rosatellum al tre per cento per la lista che non si presenta in coalizione e al dieci per le coalizioni con più liste, mentre è cambiato il premio di governabilità, con la quota fissa di 70 deputati e di 35 senatori, fino a un tetto massimo di 220 deputati, cioè il 55 per cento dei seggi della Camera, e di 113 senatori, vale a dire addirittura il 56,5 per cento.

D’Alimonte fa notare come il risultato finale, quindi, sarà influenzato da ben due variabili: il voto cosiddetto utile per il centrodestra, composto attualmente da Fdi, Forza Italia, Lega, Noi Moderati e Udc, e per il centrosinistra, formato da Pd, M5S, Avs, Italia Viva e Più Europa, ma anche dai numeri ottenuti dai partiti solitari e da eventuali altre coalizioni che non si allineerebbero alle due principali.

L’indicazione del candidato premier

Un’altra novità importante del Meloncellum è l’obbligo d’indicare, al momento della presentazione in Corte d’Appello dei contrassegni delle liste e dei programmi delle coalizioni, i nominativi dei candidati alla presidenza del Consiglio dei ministri.

Questo passaggio, secondo il politologo, prefigura il premierato e di fatto contravviene all’articolo 92 della Costituzione, che esprime questa frase: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri».

Preferenze e capilista bloccati

Sulla questione delle preferenze, D’Alimonte fa notare come i parlamentari indicati direttamente dagli elettori saranno solo circa il trenta per cento del totale, perché ogni lista presenta un capolista bloccato, peraltro senza l’alternanza di genere.

Praticamente D’Alimonte spiega che, se una lista conquistasse un solo seggio in un collegio plurinominale, verrebbe eletto automaticamente unicamente il capolista bloccato.

Il cittadino elettore può tracciare fino a un massimo di tre crocette, e in questo caso con l’obbligo di alternanza di genere, ma può scegliere solamente in un elenco di sei candidati già indicati sulla scheda elettorale.

La raccolta delle firme

D’Alimonte spiega come, per partecipare alle elezioni, i partiti che non siano già rappresentati in Parlamento debbano presentare un numero elevato di firme, addirittura quadruplicato rispetto al Rosatellum, e precisamente da 1.500 a 6.000 per ogni collegio; in totale si tratta quindi di oltre quattrocentomila, per essere presenti in tutta l’Italia.

È esentata dalla raccolta delle firme solo la formazione politica che, al 31 dicembre 2025, contava già un gruppo in Parlamento.

È previsto uno sconto sulle firme per le forze politiche che, prima dell’entrata in vigore della nuova legge, costituiscano una componente nel gruppo Misto almeno con tre deputati o un senatore.

Per questo motivo l’onorevole Bruno Tabacci, presidente di Centro Democratico, ha messo a disposizione il suo simbolo per il nuovo partito Più Uno di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli.

Mentre il senatore del Movimento Cinque Stelle Luigi Nave è stato prestato dalla formazione di Conte alla componente Alleanza Verdi e Sinistra del gruppo Misto per consentire al Psi Avanti di Enzo Maraio e a Progetto civico di Alessandro Onorato di avere lo sconto sulle firme in vista della presentazione della lista alle politiche.

I ricorsi alla Consulta

Le forze politiche di opposizione che hanno perso la battaglia sulla legge elettorale in Parlamento ora stanno cercando di continuare a fare emergere la contrarietà della stessa alla Costituzione in diversi punti, attraverso la presentazione e il deposito di ricorsi dal 26 ottobre nei 30 distretti giudiziari italiani.

Il primo punto nel mirino dei partiti e delle personalità che stanno ricorrendo alla Consulta riguarda l’entità del premio di governabilità, perché con lo Stabilicum viene assegnato su base nazionale e non più regionale, come prevede invece per il Senato l’articolo 57 della Costituzione.

Inoltre, viene contestato il numero eccessivo di firme richiesto per presentare alla competizione elettorale un partito non presente in Parlamento.

Anche la cancellazione del limite del 60 per cento dell’alternanza di genere per i capilista è oggetto di contestazione, per la violazione del principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione.

Un altro elemento che stravolge la forma parlamentare della nostra Carta Costituzionale è l’indicazione preventiva del candidato premier, all’atto del deposito delle liste.

Poi c’è la questione dei capilista bloccati, che altera il meccanismo democratico della corsa elettorale e vanifica l’introduzione delle preferenze dopo ben sette lustri.

Il ruolo della Corte

A mio parere, sarebbe auspicabile un’ampia mobilitazione politica e popolare contro questa legge elettorale, in attesa del responso della Corte Costituzionale dopo i tanti ricorsi che si stanno presentando nei vari distretti giudiziari.

La Corte Costituzionale ha già evidenziato, in passato, in alcune sentenze, la regressione democratica introdotta praticamente da tutte le leggi elettorali di stampo maggioritario approvate dopo il referendum del 1993.

In effetti, non possono essere considerate democratiche leggi che consentono a maggioranze relative di elettori, o addirittura a una minoranza di elettori, di diventare maggioranza assoluta in Parlamento, facilitando a loro volta la possibilità di cambiare le regole democratiche e costituzionali secondo i voleri dei vincitori nell’ultima competizione elettorale.

L’Italia si trova in un periodo di grave crisi anche perché le regole fondamentali della convivenza comune durano una sola legislatura e mutano a ogni cambio di maggioranza.

Rappresentanza e stabilità democratica

In tutte le grandi democrazie si ritiene che le leggi elettorali, come le leggi di revisione costituzionale, debbano essere durature e prodotte da larghe convergenze tra maggioranza e opposizione, come conseguenza coerente dell’esigenza di stabilità, del ruolo di garanzia dei diritti e delle libertà di tutti i cittadini.

Da più di trent’anni, invece, in Italia i vari parlamenti che si sono succeduti hanno approvato leggi elettorali molto poco democratiche, in nome della governabilità, sacrificando, oltre alla rappresentanza, anche la stessa libertà dei cittadini di esprimere le loro preferenze.

Nel 2020, proprio durante il periodo della pandemia da COVID-19, è stato ulteriormente sacrificato il principio fondamentale della rappresentanza politica e territoriale, attraverso una sostanziosa riduzione del numero dei parlamentari.

In attesa del giudizio della Corte costituzionale, il principio ispiratore dovrebbe essere la difesa della democrazia, che dovrebbe stare a cuore alla stragrande maggioranza del sistema politico italiano e a tutte le associazioni democratiche del Paese.

Vanno assolutamente salvaguardati i principi democratici, perché la sovranità in Italia appartiene al popolo e spetta al popolo, e non a un’oligarchia di un ristretto numero di partiti, eleggere il Parlamento.

Governabilità e sovranità popolare

La governabilità è un principio importante, ma, nello spirito della nostra Costituzione, non può essere assicurata da leggi poco democratiche e addirittura incostituzionali, in quanto deve essere garantita da maggioranze che si formano in Parlamento, dopo una normale competizione elettorale.

Bisogna ristabilire la normalità: eleggere prima il Parlamento e poi formare i governi, sulla base degli equilibri politici e dei rapporti di forza emersi dalle elezioni.

La governabilità non dovrebbe essere costruita artificialmente con l’assegnazione dei premi elettorali alle coalizioni vincenti, bensì deve essere sostenuta da maggioranze politiche effettive.

Non è possibile prevedere, attraverso la legge elettorale, una preconfezionatura delle maggioranze, perché i cittadini italiani votano per eleggere il Parlamento e non per ratificare un Governo già deciso a tavolino.

Dopo il voto, spetta solo al Presidente della Repubblica individuare una personalità in grado di ottenere la fiducia delle Camere e formare una maggioranza parlamentare.

La Corte costituzionale deve restituire agli italiani il diritto di scegliere i propri rappresentanti, togliendo alle segreterie dei partiti il potere di nomina degli eletti attraverso liste bloccate, capilista protetti e pluricandidature.

Il ritorno al proporzionale

Il sistema proporzionale con le preferenze ha caratterizzato la vita parlamentare italiana dalla nascita della Repubblica fino al 1992 e fu utilizzato anche per eleggere l’Assemblea Costituente nel 1946.

Nel 1947 la stessa Assemblea approvò a larghissima maggioranza un ordine del giorno che esprimeva le seguenti parole: «L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale».

Sarebbe dunque non solo auspicabile, ma necessario recuperare quel principio, restituendo agli elettori italiani la possibilità di scegliere le forze politiche e i propri rappresentanti all’interno delle stesse.

Il sistema proporzionale è l’unico che può ridare forza alla politica e aiutare a ricostruire partiti che non siano personali o meri contenitori elettorali, ma formazioni autentiche e radicate nella società, le quali possano davvero concorrere, secondo l’articolo 49 della Costituzione, a determinare la politica nazionale nell’interesse del Paese.

La pluralità delle idee e la rappresentanza delle diverse componenti politiche non sono ostacoli da superare, ma condizioni essenziali della democrazia, e il confronto deve poter avvenire non solo nelle piazze, ma anche in Parlamento.

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