Non può e non deve bastare un primo tempo dignitoso a nascondere le macerie sotto le quali il Napoli è seppellito a Oporto. Il 4-1 subito contro il Porto di Francesco Farioli non è un semplice incidente di percorso in Europa: è il verdetto spietato e inesorabile di una crisi strutturale che parte da lontano.
Al Estádio do Dragão, Massimiliano Allegri si è presentato con una formazione d’emergenza, ai limiti del paradossale: senza un solo esterno basso di ruolo disponibile, costretto ad adattare Politano e Vergara a un estenuante lavoro di sacrificio in copertura, e con un Hojlund recuperato a stento dalle febbri solo poche ore prima del fischio d’inizio. In mezzo a tante pezze, l’unico raggio di sole tattico era sembrato il ritorno di De Bruyne sulla trequarti a supporto del danese. Troppo poco per reggere l’impatto contro una squadra fisica, tonica e tatticamente europea.
Il Porto di Farioli ha subito messo a nudo le crepe di una difesa inedita (Rrahmani, Rafa Marín e Beukema). Il vantaggio lampo di Bednarek su angolo ha sfruttato l’ennesima amnesia difensiva di un reparto privo di intesa. Eppure il Napoli ha avuto la forza di reagire: l’agonismo, il gol annullato per un soffio a De Bruyne, i rigori fermati dal VAR e dalle parate di Diogo Costa su Hojlund, fino al meritato pari di McTominay.
Poi, nella ripresa, la luce si è spenta. Non per demeriti tattici di Allegri, ma per evidente disparità di risorse. Mentre Farioli attingeva dalla panchina inserendo pezzi da novanta come Samu e Gabri Veiga per cambiare marcia, il Napoli rintanato nel proprio fortino finiva la benzina. Il gol di Gabri Veiga con la complicità di Meret ha spezzato l’incantesimo; i cambi tardivi (Lang e Giovane per Anguissa e Vergara) non hanno dato scosse, e il finale si è trasformato in un calvario: la fotocopia del primo gol firmata Kiwior, l’espulsione di Rafa Marín e il rigore finale di Samu per il 4-1 definitivo.
Il Porto ha unito la palleggio e la qualità tecnica lusitana alla concretezza tattica e alla solidità difensiva dell’impronta italiana di Farioli. Ma incolpare Allegri sarebbe un errore d’analisi banale: le responsabilità principali ricadono su una gestione societaria che, durante il calciomercato, non ha colmato le evidenti e storiche lacune di una rosa corta, deficitaria e priva di ricambi all’altezza per affrontare il doppio impegno. Le lacune evidenziate già nella scorsa stagione sono rimaste irrisolte, lasciando il tecnico senza armi nei momenti chiave.
Ora non c’è neanche il tempo di leccarsi le ferite. Domenica al “Maradona”, in un orario insolito e scomodo di tarda mattinata, arriva la capolista Lazio. Affrontare uno scontro diretto in questo stato di emergenza fisica e psicologica fa tremare i polsi: senza una reazione d’orgoglio e senza chiarezza societaria, il rischio è che questo crollo europeo trasformi una stagione difficile in una vera e propria tempesta.


