Il pari in Israele serve alla pace?


Dopo il voto in Israele ci si chiede se finalmente gli scenari possano cambiare per arrivare a fermare la terribile sequenza di conflitti in Medio Oriente.

Il dato elettorale, però, prospetta il rischio di una situazione di stallo, una sorta di pareggio tra le principali forze politiche del Paese, in cui né la coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu né quella del suo principale sfidante Gadi Eisenkot riescono a ottenere la maggioranza necessaria di 61 seggi in Parlamento per formare un governo.

L’ago della bilancia potrebbero essere i partiti della Linea Unita araba, i cosiddetti arabi israeliani, il cui risultato positivo ha scatenato la rabbia polemica del premier uscente.

La formazione del governo

La mancanza attuale di una chiara maggioranza costringe il presidente Isaac Herzog a consultare i leader dei partiti eletti, prima di incaricare chi ritenga abbia le migliori possibilità di formare un governo, che non deve necessariamente essere il leader del partito o del blocco più grande.

In fondo, il sistema costituzionale israeliano somiglia a quello italiano per quanto riguarda la formazione del governo, ma con alcune differenze rispetto alle tempistiche, regolate per legge.

Infatti, il candidato incaricato da Herzog avrà solamente ventotto giorni per formare una coalizione, con una possibile proroga al massimo di altri quattordici giorni.

Se nel tempo stabilito il tentativo fallisce, la seconda scelta di un leader di partito potrà avere solo altri ventotto giorni, senza possibilità di proroga, per provare a fare il governo.

Se anche questo nuovo turno di negoziati dovesse andare a vuoto, una maggioranza di sessantuno deputati dei centoventi componenti del Parlamento potrà chiedere al presidente Herzog di affidare l’incarico a un parlamentare specifico entro un ulteriore periodo di tre settimane, perché un nuovo governo può entrare in carica solo dopo aver ottenuto la fiducia della Knesset.

Comunque, la legge israeliana non richiede la maggioranza assoluta per approvare un nuovo governo e potrebbe consentire l’insediamento di un esecutivo di minoranza, nel caso in cui in Parlamento i voti favorevoli, pure inferiori ai sessantuno della maggioranza assoluta, superino almeno quelli contrari.

Insomma, questa nuova fase politica potrebbe richiedere un procedimento lungo diverse settimane o addirittura mesi.

Le accuse del Likud

Il partito di Netanyahu, definito Likud, ha accusato i partiti arabi di aver alterato furtivamente le elezioni e ha chiesto alla polizia e allo Shin Bet di indagare, per procedere a una revisione dei dati.

Secondo il partito di Netanyahu, le elezioni sarebbero state rubate dai partiti arabi, che sostengono il terrorismo e la distruzione dello Stato ebraico, attraverso la commissione di alcuni gravi reati.

Per il Likud ci sarebbero state durante la campagna elettorale non solo corruzione e minacce, ma addirittura violenze, imbrogli e l’utilizzo di software vietati per incentivare gli elettori.

Il partito di Netanyahu sarebbe in grado di produrre centinaia di testimonianze e prove che renderebbero chiaro il furto elettorale commesso da alcuni partiti in numerosi seggi arabi.

La nota del Likud recita le seguenti parole: «Si tratta di un grave colpo alla democrazia israeliana e al diritto di voto dei cittadini israeliani. Le autorità preposte all’applicazione della legge devono assolutamente intervenire con fermezza e pure immediatamente».

Affluenza e risultati elettorali

Il dato dell’affluenza rappresenta un record, perché il 77,7% degli aventi diritto è la più alta percentuale mai raggiunta dal secolo scorso, e precisamente dalle elezioni del 1999.

Lo scrutinio finale assegna 53 seggi alla coalizione di Netanyahu, 48 a quella del suo oppositore Eisenkot e i rimanenti 19 seggi ai partiti arabo-israeliani, a fronte della maggioranza assoluta di 61 seggi.

L’inchiesta per brogli sul voto, richiesta dal Likud, sarebbe stata rigettata dalla polizia israeliana e così il principale partito di opposizione al governo di Netanyahu può affermare che in Israele ci saranno lunghe giornate di lavoro per la coalizione che intenda portare il necessario cambiamento nel Paese, instaurando un governo sionista e un nuovo servizio militare.

Il popolo israeliano, quindi, avrebbe espresso la sua sfiducia nei confronti del governo precedente, dovuta ai terribili attacchi del 7 ottobre, favoriti dai disertori dell’esercito voluto da Netanyahu.

Le parole di Eisenkot

La coalizione del premier uscente adesso si trova al punto più basso della storia degli ultimi due decenni e Gadi Eisenkot scrive testualmente sui social il seguente commento:

«Sento il peso della responsabilità e della fiducia che centinaia di migliaia di cittadini che credono nello Stato di Israele e nel sionismo mi hanno accordato. Grazie a voi, abbiamo fatto la storia: in un solo anno, abbiamo fondato in Israele un nuovo partito pan-israeliano che rappresenta una valida alternativa al governo. Affronteremo la grande sfida che ci attende, la porteremo a termine e avremo successo».

La posizione dei partiti arabi

Ma, per quanto riguarda le forze politiche arabo-israeliane, si nega il sostegno, almeno nelle attuali circostanze.

Il leader politico Youssef Jabareen rappresenta la Lista Unita e, per quanto riguarda l’ipotesi di un sostegno esterno a un governo di opposizione per allontanare dal potere il premier uscente Benjamin Netanyahu, non ha escluso questa possibilità.

Jabareen, in riferimento alla situazione nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, ha dichiarato testualmente alle agenzie di stampa: «Per far cadere il blocco di Netanyahu potremmo sostenere un governo alternativo, senza entrare a farne parte».

Vedremo nei prossimi giorni se alle parole seguiranno effettivamente i fatti o se, invece, ancora una volta, nonostante una sostanziale situazione di parità, Netanyahu sia capace di conservare il suo progetto espansionistico, continuando i conflitti armati con le forze avversarie.

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