Nidal Malik Hasan è l’autore della strage alla base militare di Fort Hood nel 2009, in cui morirono tredici persone, con una trentina di feriti, e sarà fucilato il prossimo 3 dicembre.
La fucilazione di Hasan
L’esecuzione capitale sarà effettuata nello stesso luogo della strage e il segretario alla Difesa del governo americano, Pete Hegseth, ha spiegato che il plotone d’esecuzione sarà composto da soldati, illustrando anche il motivo della diretta.
Secondo l’esponente del governo di Trump, la gente deve capire le conseguenze delle azioni come quelle commesse da Hasan, un ex psichiatra e maggiore dell’esercito statunitense che nel 2009 aprì il fuoco contro altri militari, in un sito di arruolamento per l’Afghanistan e l’Iraq.
Per il presidente Donald Trump, la fucilazione deve fungere da deterrente e per questo deve ritornare pubblica dopo quasi un secolo ed essere pure trasmessa in streaming.
L’ultima esecuzione militare negli Stati Uniti risale al 1961, quando il soldato John A. Bennett venne impiccato dopo essere stato condannato per stupro e tentato omicidio.
Per risalire all’ultima uccisione per fucilazione, invece, bisogna tornare addirittura alla Seconda guerra mondiale, quando in Francia Eddie D. Slovik venne giustiziato da un plotone militare nel 1945.
Il caso di Christa Pike
Mentre nelle altre parti del mondo e negli stessi Stati Uniti si elevano pesanti critiche alla decisione presa dal governo americano, gli avvocati di un’altra detenuta nel braccio della morte, Christa Pike, sopravvissuta a una procedura di esecuzione durante la quale le sono state somministrate due dosi letali, stanno illustrando ai media le dinamiche del risveglio della donna.
La detenuta condannata a morte, secondo il racconto dei legali, per giorni è rimasta incosciente, attaccata a un respiratore, con i medici che si sono ostinati a parlare di morte cerebrale, preparandosi a staccare la macchina che la teneva in vita.
Gli stessi medici sono rimasti scioccati quando la signora Christa Pike si è svegliata e ha iniziato addirittura a parlare, e non hanno riferito pubblicamente nessuna spiegazione sull’accaduto.
La detenuta Pike è poi uscita dall’ospedale dove era stata ricoverata e una giudice del Tennessee ha ordinato che le autorità carcerarie conservino tutte le prove, a cominciare da tutti gli aghi usati dal team della camera della morte, per capire il motivo per il quale l’esecuzione capitale non sarebbe riuscita.
Secondo la versione dei periti della difesa della signora Pike, il farmaco letale, iniettato nelle vene dagli esecutori materiali della sentenza di morte, non sarebbe penetrato nel sangue, ma solo nei tessuti del corpo, facendole perdere coscienza senza ucciderla.
La battaglia dei legali
L’obiettivo degli avvocati è quello di usare questi elementi per dimostrare come lo Stato del Tennessee abbia violato i diritti civili e costituzionali della donna, esercitando non una semplice esecuzione, bensì una “punizione crudele”, che rientra nelle fattispecie della tortura.
I legali della detenuta Pike intendono giustamente anche fare pressioni per ottenere la commutazione della pena da esecuzione capitale in ergastolo.
In effetti, bisogna tenere in considerazione come la donna sia stata condannata per un delitto commesso quando aveva appena diciotto anni, e peraltro da una giuria alla quale non era stata presentata la situazione di abusi fisici e sessuali in cui la giovane era cresciuta.
Adesso lo stesso governatore repubblicano che aveva negato la grazia alla signora Christa ha sospeso fino a fine anno tutte le esecuzioni, ma non ha ancora risposto alle nuove richieste degli avvocati della donna.
Insomma, la signora Pike, dopo la mancata esecuzione dell’iniezione letale, è stata ricoverata in gravi condizioni in ospedale e poi nuovamente riportata in carcere, lasciando valida la condanna a morte, seppure con una sospensione dell’esecuzione fino alla fine dell’anno.
Anche a tanti americani il paradosso appare evidente, perché si è deciso di curare e mantenere in vita una persona per poterla mettere nuovamente a morte appena possibile.
L’opinione pubblica americana
In effetti, l’opinione pubblica americana resta profondamente divisa e lo dimostra con chiarezza il sondaggio del Pew Research Center dello scorso luglio, secondo il quale il 68% considera moralmente giustificata la pena capitale per un omicidio, ma il 59% ritiene, al contrario di Trump, che non abbia alcun effetto deterrente e, soprattutto, un robusto 73% riconosce il rischio di giustiziare persone poi magari riconosciute innocenti, ad anni di distanza dal delitto, come appunto nel caso della signora Christa Pike.
Le vicende di Hasan e Christa scavano un solco nelle coscienze non solo di chi amministra il sistema giudiziario, ma nell’identità morale stessa dell’America.
Gli Stati Uniti sono da sempre una nazione alle prese con numerose stragi provocate da armi da fuoco incontrollabili e l’esibizione pubblica di una fucilazione viene proposta dal presidente Donald Trump come una lezione autentica di civiltà.
Ma trasformare la morte in un evento che fa spettacolo, non solo secondo lo scrivente, trasmette un messaggio non propriamente civile, apparendo all’opposto un fatto esecrabile.
La spettacolarizzazione della violenza è un concetto che merita di essere condannato con forza e che soprattutto desta profondo disprezzo, orrore e riprovazione.
Il confine tra giustizia e vendetta
Il confine tra giustizia e vendetta e l’esibizionismo delle esecuzioni capitali possono essere considerati il terreno nel quale si misura la distanza tra la forza decantata ed esibita da Trump e determinati valori che dovrebbero appartenere a uno Stato potente e simbolico come gli Stati Uniti.
La democrazia americana dovrebbe difendere i valori prima ancora dei tribunali e invece negli ultimi tempi sta avvenendo l’esatto contrario.
Così, giustamente, anche negli Stati Uniti le reazioni alla decisione della diretta della fucilazione sono durissime, come quelle dello Stato Vaticano e di altre nazioni del mondo.
Viene definita come un atto di barbarie, un fatto ripugnante, una promozione della cultura della morte negli stessi Stati Uniti dopo l’annuncio del segretario alla Difesa Pete Hegseth di voler trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan, ex maggiore e psichiatra dell’esercito americano, che, ricordo, è stato condannato per aver ucciso 13 persone e ferito altre 32 nella base militare di Fort Hood, in Texas, nel 2009.
Le critiche alla diretta
“Se riempi il governo di barbari, ottieni un governo barbaro”, ha dichiarato addirittura l’editorialista del Washington Post, George Will, rappresentando pesantemente un’indignazione che sta superando gli stessi schieramenti politici e accendendo gli animi degli statunitensi online e offline, dentro il Congresso e fuori.
A dividere il Paese non è soltanto la condanna capitale, praticata comunque in quindici Stati sui cinquanta complessivi, ma soprattutto la decisione di trasformare la morte di un uomo, seppure colpevole e responsabile di un massacro, in uno spettacolo accessibile a milioni di persone.
Il segretario alla Difesa Hegseth sostiene che l’esecuzione debba essere pubblica per far ben comprendere a tutti le gravi conseguenze di crimini e stragi come quelli commessi da Hasan.
Questa motivazione, però, sta sollevando diversi interrogativi sull’efficacia educativa della violenza esibita, perché lo stesso Hasan aveva espresso il desiderio di diventare un martire e offrire una platea mondiale per la sua esecuzione capitale potrebbe alimentare proprio quella propaganda estremista che il governo statunitense vorrebbe contrastare.
Anche nello stesso Partito Repubblicano non mancano critiche e alcuni parlamentari temono che gli Stati Uniti finiscano per adottare modalità di esposizione della violenza che potrebbero essere associate ai regimi autoritari e ai gruppi jihadisti, perfino a quelle viste negli anni scorsi nella Siria occupata dai terroristi.
I dubbi sulla trasmissione
Lo stesso vicepresidente Vance ha manifestato le sue perplessità sulla diretta, aggiungendo che, qualora venisse trasmessa, non la guarderebbe. Così Trump, pur confermando la condanna, si è trovato costretto a precisare come la trasmissione in streaming dell’esecuzione di Hasan sia ancora oggetto della sua valutazione.
Inoltre, nel caso ci fosse la diretta, il governo di Trump dovrebbe risolvere anche il problema della piattaforma di trasmissione, perché YouTube, Facebook, TikTok e altri social impongono restrizioni e rimozioni alle immagini di violenza estrema, e le norme militari americane vietano ai minori di diciotto anni di assistere alle esecuzioni capitali.
Insomma, il dibattito sta inducendo Trump a riconsiderare la diretta, anche in considerazione del caso della signora Christa Pike, che sta riportando alla luce le contraddizioni della pena capitale.
In effetti, sopravvivere a un’iniezione letale dopo due somministrazioni del farmaco, con la donna che continuava a respirare, sta interrogando la coscienza di molti americani e chissà, magari anche quella dello stesso Trump, oltre che del procuratore che ha deciso la pena di morte.


