Carlito’s Way Kleinfeld e Brigante: L’amicizia che diventa condanna a morte


Brian De Palma torna a collaborare con Al Pacino. Ma se Tony Montana era l’ascesa esplosiva di un re senza corona, Carlito Brigante è la sua controparte malinconica: un uomo che non vuole più conquistare il mondo, ma solo riuscire a lasciarselo alle spalle.

Carlito’s Way non è un semplice “gangster movie”. È una tragedia greca ambientata tra i club fumosi di Spanish Harlem e le luci al neon degli anni ’70. La regia di De Palma è, come sempre, tecnicamente sbalorditiva, ma qui abbandona l’estetica barocca per una narrazione più intima e fatalista.

I punti di forza del film:

  • La performance di Al Pacino: Un’interpretazione misurata, fatta di sguardi stanchi e una voce fuori campo che funge da requiem anticipato.

  • Il camaleontico Sean Penn: Quasi irriconoscibile nei panni dell’avvocato David Kleinfeld, un viscido concentrato di cocaina e paranoia che ruba la scena in ogni inquadratura.

  • Il piano sequenza finale: La caccia all’uomo nella Grand Central Station è già storia del cinema: una lezione di montaggio e tensione che tiene lo spettatore in apnea per venti minuti.

Il tema centrale è il “Codice della Strada”. Carlito è un anacronismo vivente: crede ancora nella lealtà e nel debito d’onore, mentre il mondo intorno a lui è diventato cinico, rappresentato dal giovane e spietato Benny Blanco (un magnetico John Leguizamo).Carlito’s Way è un capolavoro di malinconia. È un film che non corre verso un finale, ma scivola inesorabilmente verso un destino che lo spettatore conosce fin dal primo fotogramma in bianco e nero. Un’opera struggente sulla fatica di essere buoni in un mondo che ha dimenticato come si fa.

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