La sconfitta per 4-1 contro il Porto ha reso ancora più evidente una crisi che il Napoli si trascina dietro dall’inizio della stagione. La squadra di Massimiliano Allegri fatica a trovare continuità, perde partite alla sua portata e mostra segnali preoccupanti anche sul piano della compattezza del gruppo.
Che il primo anno dopo Antonio Conte potesse essere complicato era immaginabile. Che lo fosse fino a questo punto, decisamente meno.
E adesso, con la Lazio capolista alle porte e la sosta di campionato subito dopo, anche il futuro della panchina azzurra potrebbe diventare argomento di discussione.
Un mercato nato in salita
Andiamo con ordine.
Dopo l’addio di Conte, Aurelio De Laurentiis ha scelto Massimiliano Allegri, mettendo sul tavolo una condizione precisa: un mercato complicato, con nuovi acquisti subordinati a cessioni economicamente remunerative.
L’allenatore ha accettato, ma le offerte allettanti sono state poche. Tra i sacrifici è arrivato quello di Miguel Gutiérrez, un calciatore che, con il senno di poi, avrebbe potuto rappresentare una risorsa importante, probabilmente anche da titolare.
Soprattutto considerando le difficoltà di Olivera, raramente convincente, e quelle di Spinazzola, che non sembra più in grado di garantire lo stesso rendimento fisico in tutte le partite.
Con queste premesse, il Napoli ha potuto fare ben poco sul mercato in entrata.
Ed è proprio qui che, a nostro avviso, comincia una parte consistente dei problemi attuali.
Una squadra che mostra usura
Le prime settimane della stagione hanno evidenziato il logorio di alcuni elementi storici della rosa.
Politano e Di Lorenzo, su tutti, sembrano pagare il peso delle tante partite disputate negli ultimi anni. Altri calciatori, invece, continuano a offrire prestazioni al di sotto delle aspettative.
A complicare ulteriormente la situazione sono arrivati gli infortuni.
McTominay, Buongiorno, Lobotka, Neres e Alisson, quest’ultimo fermatosi in due occasioni, hanno dovuto fare i conti con problemi fisici che hanno ridotto le possibilità di scelta dell’allenatore.
Un quadro certamente difficile, che però non può diventare una giustificazione per tutto.
Allegri non ha convinto
Al netto delle difficoltà, Massimiliano Allegri non è ancora riuscito a dare un’identità riconoscibile al Napoli.
La squadra alterna momenti incoraggianti a prestazioni deludenti, arrivando a perdere anche contro avversarie tecnicamente inferiori.
Il problema non riguarda soltanto i risultati, ma anche la sensazione che manchi una direzione precisa.
C’è poi la questione Kevin De Bruyne, il cui inserimento negli equilibri del centrocampo continua a rappresentare un interrogativo.
La convivenza con Anguissa, che avrebbe manifestato il desiderio di cambiare aria, e McTominay non sembra aver trovato una soluzione convincente.
Alcuni giocatori, inoltre, non riescono a ritrovare il rendimento atteso neppure con un allenatore considerato particolarmente abile nella gestione dello spogliatoio.
Non mancano, comunque, gli aspetti positivi. Uno riguarda Rafa Marin, dal quale Allegri sta riuscendo a ottenere prestazioni interessanti dopo che Conte lo aveva considerato inadatto al proprio progetto tecnico.
Ma sono segnali ancora insufficienti rispetto alle difficoltà complessive della squadra.
Le tensioni dopo Porto
La sconfitta in Champions League ha portato alla luce anche un altro problema: quello dei rapporti all’interno del gruppo.
Le dichiarazioni successive alla partita sono state tutt’altro che distensive.
Politano ha sottolineato come fossero soprattutto i calciatori italiani a metterci la faccia, anche se successivamente sono intervenuti davanti ai microfoni anche Højlund e McTominay.
Lo stesso attaccante danese ha mostrato di non condividere completamente la lettura della partita proposta dal proprio allenatore.
A questo si aggiunge il vaffa a favore di telecamere di Lucca a De Bruyne.
Presi singolarmente, sono episodi che potrebbero anche essere ridimensionati. Considerati insieme, però, restituiscono l’immagine di uno spogliatoio che non sembra remare interamente nella stessa direzione.
E quando ai risultati negativi si accompagnano segnali di questo genere, la situazione diventa inevitabilmente più delicata.
Napoli lontano dalle aspettative
Anche le classifiche raccontano quanto sia difficile questo avvio di stagione: in Serie A il Napoli è ottavo con 14 punti conquistati in 10 partite. In Champions League gli azzurri sono 27mi con 3 punti in 4 gare: ovvero fuori dalla zona playoff, al momento.
Numeri che rendono evidente quanto la squadra sia distante dalle aspettative di inizio stagione.
Cambiare allenatore servirebbe davvero?
Domenica 8 novembre, alle 12:30, il Napoli ospiterà proprio la Lazio, prima in classifica. Poi arriverà la sosta del campionato, un momento che potrebbe favorire riflessioni anche sul futuro della guida tecnica.
Ma siamo davvero convinti che cambiare allenatore possa risolvere la situazione?
Noi, sinceramente, no.
Questo non significa assolvere Allegri. Anzi, riteniamo che il tecnico non stia facendo affatto bene e che abbia responsabilità precise nella mancanza di identità e nei risultati deludenti.
Il punto, però, è un altro: i problemi del Napoli sembrano andare ben oltre la panchina.
Con il senno di poi, gli errori più pesanti sono stati probabilmente commessi durante l’estate, quando si è deciso di affrontare una stagione tanto impegnativa senza rafforzare adeguatamente una rosa che già mostrava alcuni limiti.
Cambiare allenatore potrebbe produrre una reazione immediata, ma difficilmente basterebbe a correggere carenze strutturali, problemi fisici e un equilibrio tecnico ancora da trovare.
Gennaio può cambiare qualcosa
La prima vera occasione per intervenire potrebbe arrivare con il mercato di gennaio.
Ma a una condizione: che venga superata la premessa economica dell’estate e che la società decida di investire per correggere gli errori commessi.
Del resto, non è indispensabile acquistare tutti i calciatori pagando immediatamente l’intero cartellino. Esistono prestiti e formule contrattuali che consentono di distribuire gli impegni economici nel tempo.
Occorre però la volontà di intervenire.
Perché il rischio, altrimenti, è quello di attribuire tutte le responsabilità all’allenatore, sostituirlo e ritrovarsi poche settimane dopo con gli stessi problemi.


