“Parthenope” di Paolo Sorrentino, quando Napoli diventa metafora di un amore difficile


Se, come sosteneva Salvador Dalí, “L’arte è fatta per disturbare e la scienza per rassicurare”, allora Paolo Sorrentino è senza dubbio un artista. I suoi film, da sempre, suscitano reazioni contrastanti e il suo ultimo lavoro, “Parthenope”, disponibile su Netflix, non fa eccezione.

La pellicola porta la firma inconfondibile del regista premio Oscar: un racconto monotono, a tratti surreale, privo di qualsiasi azione, con immagini lascive e oggetti magniloquenti. Uno stile che chi conosce Sorrentino si aspetta e che, ancora una volta, fa discutere. Tuttavia, ciò che colpisce di più in questa opera è un messaggio sottile, ma percepibile, ossia l’amaro amore che il regista prova per la sua città natale, per la città di Napoli.

Non si tratta solo delle immagini che Sorrentino mostra sullo schermo, ma di ciò che lascia intendere, specialmente nel finale. Un epilogo che si collega perfettamente al monologo dell’attrice simil Sophia Loren, interpretata da una straordinaria Luisa Ranieri, proposta in Parthenope con un look assolutamente inaspettato.

Napoli è sempre stata protagonista delle opere di Sorrentino, ma in “Parthenope” lascia maggiore spazio a un’amara riflessione su identità e appartenenza.

Parthenope, la fotografia e le interpretazioni, i punti di forza del film

Se c’è qualcosa di indiscutibilmente eccellente in “Parthenope” è sicuramente la fotografia; ogni inquadratura cattura Napoli con la raffinatezza di un dipinto, trasformando la città in un’opera d’arte vivente. E poi c’è lui, Silvio Orlando, una presenza scenica che si impone sempre, anche nei film più discussi. La sua interpretazione brilla ed in particolare in una delle scene più intense del film: il momento in cui mostra a Parthenope suo figlio. Una sequenza che invita alla riflessione e racchiude pienamente il messaggio che Sorrentino intende trasmettere agli spettatori: vivere a Napoli richiede amore e coraggio.

“L’antropologia è vedere…è difficilissimo vedere perché è l’ultima cosa che si impara quando inizia a mancare tutto il resto”

Lode anche per la scelta della colonna sonora: Era già tutto previsto di Riccardo Cocciante.

“Era già tutto previsto, Fin da quando tu ballando Mi hai baciato di nascosto Mentre lui che non guardava  Agli amici raccontava  Delle cose che sai dire Delle cose che sai fare Nei momenti dell’amore  Mentre ti stringevo forte E tu mi dicevi piano “io non lo amo, non lo amo”.

Un film, dunque, che divide, tra chi ne apprezza la poetica sorrentiniana e chi vi legge un distacco doloroso dalla città partenopea. In ogni caso, “Parthenope” conferma ancora una volta che Sorrentino non cerca mai di rassicurare: il suo cinema, come l’arte, è fatto per inquietare.

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