L’ex presidente dell’Uruguay José Mujica è scomparso il 13 maggio, a pochi giorni dal suo novantesimo compleanno. Può essere definito come un uomo politico sobrio più che modesto, ma soprattutto coraggioso, come scrisse il settimanale britannico Economist. In effetti, José Mujica non è mai stato affascinato dal potere; anzi, dimostrò come il fatto di stare al governo si potesse conciliare tranquillamente con la fedeltà alle proprie convinzioni. Quando lasciò la presidenza nel 2015, l’Uruguay era un paese più libero, più prospero e soprattutto con meno povertà. I suoi avversari lo accusavano a volte di avere uno stile troppo diretto, ma proprio questa autenticità lo rese gradito in modo trasversale, da sinistra a destra nel mondo politico. Da presidente non cercò mai di agire per compiacere tutti, ma difese solo ciò che riteneva giusto.
Un uomo, una storia
È stato protagonista di numerosi film e documentari, come El Pepe, una vita suprema di Emir Kusturica, e Compañeros, che raccontava i suoi anni trascorsi in carcere. Su di lui sono stati scritti anche molti libri. José Mujica è stato il quarantesimo presidente dell’Uruguay, un piccolo paese ma geograficamente e storicamente importante, anche per essere stato pioniere nello sviluppo dello stato sociale, pur avendo subito una dittatura civile e militare tra il 1973 e il 1985.
Dalla guerriglia al carcere
Mujica nacque nel 1935 e rimase orfano di padre a soli otto anni, crescendo in quella che lui stesso definì una “dignitosa povertà”. Negli anni Sessanta si unì al movimento guerrigliero dei Tupamaros, ispirato al marxismo e agli ideali della Rivoluzione cubana. In quegli anni fu ferito più volte in scontri armati, arrestato ed evase due volte. Trascorse circa quindici anni in carcere. Nel 1972 fu messo in isolamento, dove rimase per nove anni, inclusi due in una buca scavata nella terra, condivisa con rane e topi. Subì torture, privazioni e malattie. Più tardi dichiarò che la punizione peggiore fu la privazione dei libri. Nel 2014, agli studenti dell’American University di Washington, disse: “A volte, il dolore è una cosa positiva se si è in grado di trasformarlo in qualcos’altro”. Fu liberato solo nel 1985, grazie all’amnistia generale concessa con il ritorno della democrazia.
L’impegno politico e lo stile personale
Dopo aver abbandonato la lotta armata, Mujica fondò il MPP (Movimento di Partecipazione Popolare), parte della coalizione di sinistra Frente Amplio. Fu eletto deputato, poi senatore e, tra il 2005 e il 2008, ministro per l’Allevamento, l’Agricoltura e la Pesca. Nel 2009 vinse le elezioni presidenziali con quasi il 55% dei voti. Accettò di indossare un abito, ma rifiutò sempre la cravatta. Insieme alla moglie, la senatrice Lucia Topolansky, Mujica scelse di non vivere nella residenza presidenziale ma nella sua piccola casa alla periferia di Montevideo, con meno di 50 metri quadrati e un orto di fiori, sua fonte di reddito per anni. Durante un’ondata di freddo, mise a disposizione dei senzatetto la residenza presidenziale. Rinunciò all’87% del proprio stipendio e accettò la scorta con riluttanza, rifiutando invece domestici e privilegi.
Le riforme e la “marea rosa”
Le riforme promosse da Mujica trasformarono l’Uruguay in un paese modello per il Sud America. Fece parte della cosiddetta “marea rosa”, l’ondata progressista che nei primi anni Duemila portò al governo vari leader di sinistra. L’espressione indica un socialismo moderato e non ideologico, lontano dal comunismo classico, identificato con il colore rosa anziché il rosso. Durante la sua presidenza, Mujica incoraggiò gli investimenti esteri, specialmente nel settore minerario, per creare occupazione. I salari aumentarono, la disoccupazione rimase stabile intorno al 6% e calò il tasso di povertà. Favorì le energie rinnovabili e migliorò i rapporti internazionali, senza mai modificare la Costituzione per restare in carica.
L’eredità politica e morale
Nel 2020, a 85 anni, Mujica lasciò la politica istituzionale dicendo: “A cosa serve un vecchio albero se non lascia passare la luce, affinché nuovi semi possano crescere tra le sue foglie?”. Ai giovani disse: “Non siete formiche né scarafaggi: avete una coscienza. Costruite un progetto collettivo”.
Sobrietà contro consumismo
Per Mujica, la ricchezza complica la vita. Denaro, privilegi e lusso non sono un vero successo. Chi accumula ricchezza in modo ossessivo è, secondo lui, come un tossicodipendente: va curato. Non predicava la povertà, ma la sobrietà. Il tempo, gli affetti e la libertà erano i veri valori per cui vivere.
Globalizzazione e disuguaglianza
Sul fenomeno della globalizzazione, Mujica affermò che è impossibile eliminarla: “Sarebbe come essere contrari al fatto che agli uomini cresca la barba”. Tuttavia, criticava il fatto che la globalizzazione avesse riguardato solo i mercati, causando una pericolosa concentrazione della ricchezza in poche mani. Questo, per lui, alimentava l’esclusione sociale e una crisi di rappresentanza nelle democrazie.


