L’occupazione decisa dal governo di Netanyahu potrebbe comportare ulteriori vittime, in un contesto già compromesso. Gli stessi ostaggi, tenuti ancora da Hamas, potrebbero essere uccisi intenzionalmente dai terroristi o dalle stesse operazioni dell’esercito israeliano. Si registrano tensioni tra i capi dell’esercito e il governo perché probabilmente i piani militari, differiscono da quelli politici indicati dal premier, Benyamin Netanyahu. Il premier israeliano è accusato di volere attuare il contestato e problematico piano del presidente statunitense Donald Trump per la Striscia di Gaza, che aggiunge ulteriori incertezze. Infatti il territorio negli ultimi mesi è stato in gran parte distrutto dagli attacchi e dai bombardamenti israeliani, che purtroppo hanno coinvolto migliaia di bambini. Bisogna ricordare che la striscia di Gaza ha una storia molto travagliata, perché nel corso dei secoli questa piccola porzione di terra, di circa 360 chilometri quadrati, è stata sempre contesa e governata da stati ed entità molto diverse. Solamente dal 2012 le Nazioni Unite la considerano parte dello Stato di Palestina, che però è stato riconosciuto da circa tre quarti dei paesi membri dell’ONU, ma non dal restante quarto e ovviamente non da Israele e Stati Uniti, e anche da Canada e buona parte dei paesi dell’Unione Europea.
La Striscia di Gaza è abitata in stragrande maggioranza da persone di religione musulmana, ma c’è anche una minoranza cristiana. Per quattro secoli, e precisamente dal 1517 al 1918, il territorio faceva parte dell’Impero ottomano. Dopo la sconfitta turca nella Prima guerra mondiale, e fino al 1948, fu governata da una sorta di protettorato dell’Impero britannico, insieme a tutta la regione, che comprende anche le attuali Israele e Cisgiordania. Nell’epoca del protettorato aumentò sensibilmente l’immigrazione ebraica, che però coinvolse in modo limitato la Striscia di Gaza. Dopo la Seconda guerra mondiale l’ONU divise il protettorato in due parti, e sarebbero dovuti nascere, da una parte lo stato israeliano, e dall’altra quello palestinese. Il piano delle nazioni Unite prevedeva che il 56 per cento del territorio fosse concesso agli ebrei e il restante 44 per cento ai palestinesi. La città di Gerusalemme sarebbe stata governata direttamente dall’ONU e sarebbe rimasta territorio neutrale. La Striscia di Gaza per il piano faceva parte del territorio palestinese, insieme a una porzione di terra lungo il confine con l’Egitto. La leadership ebraica di quel periodo storico accettò la proposta dell’ONU, e proseguì a fondare lo stato di Israele. La leadership palestinese invece rigettò la proposta, perché la ritenne troppo sbilanciata a favore degli ebrei. Nell’attesa della creazione dello stato palestinese la gestione di quel territorio fu affidata all’Egitto, che nel 1948 con l’Iraq e la Giordania attaccò il neonato stato israeliano. Israele vinse la guerra e aumentò la porzione di territorio che controllava, arrivando addirittura al 72 per cento dell’ex protettorato. Già in quel periodo oltre settecentomila palestinesi furono costretti a lasciare le proprie case, e nel mondo arabo quella fase storica viene ricordata come la nakba, che significa la “catastrofe”. Molti palestinesi trovarono rifugio nei campi profughi della Striscia di Gaza, e così la densità di popolazione aumentò parecchio, diventando fra le più alte al mondo. In effetti anche sotto il controllo militare egiziano i palestinesi erano in una situazione complessa, perché l’Egitto non li riconosceva come cittadini e Israele non permetteva loro di tornare nei territori conquistati. Dal 1949 ai tempi attuali i palestinesi sono stati dipendenti dall’assistenza e dal sostegno dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Già nel 1967, Israele, dopo aver vinto la Guerra dei sei giorni contro Egitto, Siria e Giordania, occupò militarmente la Striscia di Gaza e iniziò a costruire basi militari e colonie.
Dal 1949 ai tempi attuali i palestinesi sono stati dipendenti dall’assistenza e dal sostegno dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi. Già nel 1967, Israele, dopo aver vinto la Guerra dei sei giorni contro Egitto, Siria e Giordania, occupò militarmente la Striscia di Gaza e iniziò a costruire basi militari e colonie. Nel 1978 il governo israeliano firmò un trattato di pace con l’Egitto e nel 1987 la popolazione palestinese si sollevò in massa contro l’occupazione israeliana, prima a Gaza e poi in Cisgiordania. Questa sollevazione fu detta Intifada e portò a proteste di massa, scioperi, boicottaggi, ma anche ad azioni violente, che furono represse dall’esercito israeliano. Proprio in quegli anni fu fondato e si radicò il gruppo palestinese Hamas, che è protagonista dell’attuale situazione di guerra in Medioriente. Nel 1993, dopo gli accordi di Oslo, per la prima volta Israele e Palestina si riconobbero come legittimi interlocutori, e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, la cosiddetta OLP, ottenne una parziale autorità di governo su alcune parti della Striscia di Gaza. Fino al 2005 però Israele continuò a occupare militarmente la Striscia, con modalità simili a quelle usate oggi in Cisgiordania e ad inizio secolo, precisamente tra il 2000 e il 2005, ci fu una seconda Intifada, che può essere considerata molto più violenta della prima, perché alcuni gruppi di estremisti palestinesi organizzarono attentati suicidi in varie città israeliane, e l’esercito israeliano rispose con una durissima repressione. Si pensa che furono uccisi oltre tremila palestinesi e circa mille israeliani. Nel 2005 l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon decise che Israele doveva abbandonare la Striscia di Gaza. Sharon era un ex militare e politico di destra e, pur essendo stato sempre molto duro con i palestinesi, ritenne tra molte polemiche, che rimanere nella Striscia non fosse più nell’interesse di Israele, disponendo finanche la rimozione degli insediamenti. Fu un passaggio molto criticato e con conseguenze politiche soprattutto all’interno di Israele e proprio in quel periodo cominciò l’ascesa politica di Benjamin Netanyahu, che era ministro delle Finanze. Netanyahu decise di uscire dal governo di Sharon, facendolo cadere dopo pochi mesi. Dopo il ritiro di Israele, il governo della Striscia di Gaza fu lasciato all’Autorità Nazionale Palestinese, l’ANP, che era controllata dai moderati di Fatah, un’organizzazione politica fondata alla fine degli anni cinquanta con sede a Ramallah, in Cisgiordania. Fatah però fu progressivamente indebolita da Hamas, che comincio a prendere il sopravvento politico e militare. Nel 2006 Hamas vinse le elezioni per il Consiglio legislativo palestinese, praticamente il parlamento della Palestina, e Ismail Haniyeh, membro di Hamas, venne nominato primo ministro dell’ANP. Fatah era diventato il secondo partito della Palestina e si oppose a quel governo, con una serie di scontri, che nel 2007 sfociarono in una vera e propria guerra civile nella Striscia, alla fine della quale i membri di Fatah furono cacciati con la forza. Da allora la Cisgiordania è governata da Fatah e la Striscia di Gaza da Hamas, ma i sostenitori di Hamas sono presenti anche in altri territori. Questa formazione di Hamas è sempre stata considerata un’organizzazione terroristica da Israele, ma anche da una grande parte dei paesi occidentali, e così la risposta al suo controllo politico sulla Striscia già dal 2007 è stato un embargo molto serrato. Da parte di Israele c’era la necessità di evitare che fossero portati a Gaza materiali e sistemi necessari per montare e utilizzare i razzi, che i gruppi terroristici armati lanciano verso il suo territorio. Ma con l’embargo in realtà sono stati bloccati anche materiali civili e beni di prima necessità. Insomma Israele ha sempre cercato di controllare i porti, i confini, le reti idriche, elettriche e di telecomunicazioni nella striscia di Gaza. Questo rigido embargo, imposto da Israele, ha spinto Hamas e altri gruppi radicali attivi nella Striscia a costruire tunnel sotterranei, che dalla Striscia di Gaza passano sottoterra, per arrivare nei confinanti Egitto e Israele. I tunnel sono stati utilizzati dai gruppi armati, per fare passare armi ed eludere i controlli israeliani, ma sono serviti anche per i civili, perché hanno consentito di fare arrivare beni di consumo e farmaci all’interno del loro territorio. Insomma Hamas e Israele si sono scontrati militarmente più volte, e in modo grave tra il 2008 e il 2009 e poi ancora nel 2014, anno in cui l’esercito israeliano invase la Striscia, organizzando attacchi per ridurre la forza dei gruppi armati palestinesi e causando la morte di centinaia di civili. Hamas e altri gruppi armati, come il Jihad Islamico, nel corso degli ultimi anni hanno lanciato costanti attacchi con razzi verso Israele. Nella primavera del 2018 furono organizzate varie proteste nelle zone della Striscia di Gaza vicine al confine con Israele, a cui parteciparono migliaia di persone e nel maggio del 2021 le tensioni sfociarono in una nuova guerra tra Israele e i gruppi radicali che operano nella Striscia, soprattutto Hamas. I bombardamenti durarono un paio di settimane, prima del cessate il fuoco. Ma i fatti scoppiati intorno alle 7 di mattina di sabato 7 ottobre 2023, quando circa duemila miliziani di Hamas sono entrati in territorio israeliano, hanno portato al nuovo drammatico conflitto, che continua ancora attualmente. La risposta di Israele all’attacco di Hamas è stato un conflitto senza precedenti nella storia complicata della striscia di Gaza. I miliziani di Hamas hanno ucciso circa 1.200 persone, in gran parte civili israeliani, e preso circa 250 ostaggi, mentre Israele nella risposta ha ucciso tantissime persone in più, soprattutto bambini, inducendo tante nazioni a lanciare accuse di genocidio, anche se dal 19 gennaio è in vigore un cessate il fuoco, che sembra reggere fino ad un certo punto. Secondo diverse fonti in circa un anno e mezzo di guerra sono stati uccisi nella Striscia di Gaza circa 47000 palestinesi, ma secondo le cifre ufficiali del ministero della Salute di Gaza, bisogna aggiungere oltre 15000 dispersi. I feriti sono oltre centodiecimila e l’80 per cento dei circa due milioni di abitanti della Striscia di Gaza è stato soggetto a ordini di evacuazione forzata da parte dell’esercito israeliano. Secondo le stime ben l’80 per cento delle case, dei negozi e delle scuole risulta distrutto o danneggiato, e sarà necessario ricostruire anche il 70 per cento delle strade. Dallo scorso 27 gennaio decine di migliaia di palestinesi sono riusciti a tornare nelle zone settentrionali della Striscia, che avevano dovuto abbandonare, ma la nuova ed imminente occupazione israeliana rende di nuovo la situazione complicata con il timore fondato che il numero delle vittime continui ad aumentare.


