In un’opera corale e brutale come “Gomorra – La serie”, alcuni personaggi riescono a lasciare un’impronta indelebile, anche senza essere i protagonisti assoluti. Uno di questi è Malammore, interpretato con magnetica intensità da Fabio De Caro. Fin dalla sua prima apparizione, Malammore si impone come l’uomo di fiducia di Don Pietro Savastano, l’esecutore materiale degli ordini più spietati.
Malammore non è un boss, ma il suo ruolo è cruciale: è l’estremizzazione della lealtà e della ferocia. La sua figura si nutre di una devozione quasi assoluta nei confronti del vecchio patriarca dei Savastano. Non ragiona, non discute: esegue. Questa cieca fedeltà lo rende il braccio destro perfetto per un uomo che ha perso il controllo del suo impero e cerca di riconquistarlo con la violenza più estrema.
Il suo nome, Malammore, non è un caso. Racchiude l’essenza del personaggio: un misto di cattiveria e un legame quasi viscerale con il suo boss. Ma il momento che lo consacra a simbolo della crudeltà di “Gomorra” è l’omicidio della figlia piccola di Ciro Di Marzio.
La sua fine, per mano di Ciro, è la naturale conclusione della sua parabola. Malammore, un personaggio senza un’ambizione personale, se non quella di servire il suo boss, è l’incarnazione di una violenza cieca e implacabile. La performance di Fabio De Caro ha saputo dare vita a un personaggio secondario che è rimasto nella memoria del pubblico come un’immagine potente della malvagità.


