Un’altra guerra in Venezuela?


Come se non bastassero i conflitti aperti da anni in Medio Oriente, in Ucraina, in Sudan e le forti tensioni tra India e Pakistan, e tra Cina e Taiwan, preoccupa adesso anche la situazione, molto complicata, tra Venezuela e Stati Uniti.

Nel Paese dell’attuale presidente Donald Trump la chiamano “drug boat war”, la guerra alle barche che trasportano droga. Gli americani fanno un riferimento esplicito alla “war on drugs” inaugurata dal presidente Ronald Reagan quasi mezzo secolo fa.

Il nome ufficiale dell’operazione militare contro i cosiddetti “narcoterroristi” venezuelani è oggi “Southern Spear”, ovvero “lancia meridionale”, puntata contro il regime di Nicolás Maduro.

Un’operazione militare o propaganda geopolitica?

La contesa con il Venezuela sembra, in realtà, un’operazione di propaganda americana. La militarizzazione delle acque caraibiche, la spinta evidente per un cambio di regime tramite il sostegno alle opposizioni e gli attacchi a piccole unità navali potrebbero rispondere a logiche più profonde, di carattere geopolitico ed economico.

Il regime di Caracas, come già accaduto in passato, ha annunciato un importante dispiegamento di forze in risposta alla crescente pressione statunitense al largo delle sue coste. La tensione fra Venezuela e Stati Uniti sta raggiungendo livelli molto alti e minaccia un’escalation diretta da un momento all’altro.

Ma il presidente Trump potrebbe star utilizzando una tattica puramente strategica per realizzare tre obiettivi chiave:

  1. Contrastare la penetrazione di Cina e Russia in Venezuela, Paese strategico sul mare dei Caraibi.
  2. Riagganciare al dollaro parte del mercato globale del petrolio, sempre più legato allo yuan cinese.
  3. Aumentare la pressione su Maduro per favorire un cambio di regime e l’insediamento di un governo più favorevole a Washington.

L’obiettivo americano: contenere il “ribelle” Venezuela

Gli Stati Uniti, in circa un secolo, hanno reso colonie o neutralizzato gli Stati del continente americano. Ora, per mantenere la leadership globale, considerano “necessario domare” il Venezuela, visto come un ribelle politico ed economico.

La lotta al traffico di droga potrebbe dunque essere solo un pretesto retorico: la stessa distruzione delle navi venezuelane, con annesse “prove”, sembra un chiaro indizio.

Le radici del conflitto e i precedenti storici

Donald Trump aveva già tentato, nel 2019, di rovesciare il regime di Maduro, senza successo. Già nel 2002 il presidente repubblicano George W. Bush fu testimone del fallimento del golpe contro Hugo Chávez.

Da oltre due decenni, quindi, la propaganda americana sulla “lotta alle dittature” in Venezuela mira anche a lanciare un messaggio alla Colombia e al presidente Gustavo Petro, avvertendo che il prossimo obiettivo potrebbe essere Bogotà.

Durante la Cop30, Petro ha replicato duramente attaccando Trump e le lobby del petrolio.

Il nodo del petrolio e la sfida allo yuan

Il Venezuela possiede le riserve petrolifere più grandi del mondo ed è uno dei principali produttori globali. Il problema per gli Stati Uniti è che gran parte del greggio venezuelano viene venduto alla Cina, che ha costruito un mercato alternativo con Russia, Iran e altri Paesi arabi.

Questa rete di scambi, sempre più regolata in yuan anziché in dollari, riduce il potere della moneta americana. Per questo Trump ha deciso di sanzionare il settore petrolifero venezuelano e di procedere a un contenimento marittimo, impedendo alle navi di partire verso la Cina e altri clienti. L’obiettivo è chiaro: riportare sotto il controllo del dollaro l’intero mercato degli idrocarburi.

Strategia e limiti dell’azione americana

Nonostante il dispiegamento di navi militari e della portaerei Gerald Ford, la più grande del mondo, la prima opzione del governo statunitense resta quella di evitare uno scontro diretto.

Trump ha autorizzato la CIA a condurre operazioni mirate in territorio venezuelano, ma la strategia preferita è quella di un aumento calcolato della pressione: spingere Maduro alle dimissioni o al rovesciamento, evitando però una guerra civile o un golpe militare.

Tuttavia, un eventuale ritiro senza risultati concreti sarebbe visto come una sconfitta dall’opinione pubblica americana. Per questo Trump intende rafforzare la presenza militare nei Caraibi, mantenendo alta la tensione con attacchi mirati, ma senza scatenare una guerra su vasta scala.

Il piano di difesa di Maduro

Di fronte a questo scenario, Nicolás Maduro ha attivato con il ministro della Difesa Vladimir Padrino López la “fase avanzata” del Piano Independencia 200, un dispositivo di difesa contro la presenza statunitense nei Caraibi.

Alle esercitazioni partecipano circa 200.000 soldati venezuelani, a testimonianza della compattezza delle truppe e del sentimento patriottico della popolazione, pronta – secondo la retorica di Maduro – a respingere “l’aggressore imperialista”.

La dottrina militare venezuelana, ispirata da Hugo Chávez, si fonda sul principio che civili e militari debbano essere uniti in un fronte patriottico e antimperialista. Tuttavia, il Paese soffre di una netta inferiorità militare e di un addestramento limitato, più orientato alla sicurezza interna che alla difesa esterna.

Una nuova guerra alle porte?

La Marina venezuelana non è paragonabile alla potenza navale statunitense, da sempre padrona dei Caraibi. Tuttavia, resta la speranza che le telefonate diplomatiche tra Trump e Maduro possano evitare un nuovo bagno di sangue, in un mondo già duramente provato da guerre interminabili in Medio Oriente, Ucraina e Sudan.

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