Il racconto inizia con un’immagine potente: Pelé, il mito, che avanza lentamente con il suo deambulatore. Nonostante la fragilità fisica, conserva la stessa eleganza con cui un tempo danzava tra i difensori avversari. Una volta seduto, lo sguardo si fa fisso e intenso. Le sue mani iniziano a tamburellare su una vecchia cassetta di legno: è quella che usava da bambino per lucidare le scarpe, quando il padre calciatore non riceveva lo stipendio e lui doveva aiutare la famiglia. In quel ritmo c’è l’origine di tutto.
L’ascesa mondiale e il Santos dei miracoli
Il 1958 segna lo spartiacque: a soli 17 anni, Pelé conquista il suo primo campionato Paulista e trascina il Brasile alla vittoria del Mondiale in Svezia. È un successo che va oltre il calcio: guarisce il “complesso dei vira-latas” (i meticci), quel senso di inferiorità che schiacciava l’orgoglio brasiliano di fronte al mondo.
Il documentario di Ben Nicholas e David Tryhorn ci porta poi negli anni d’oro (1962-1963), tra le Coppe Intercontinentali vinte con il Santos. Attraverso una commovente rimpatriata con i vecchi compagni, emerge il ritratto di una squadra-famiglia che ha trasformato il Brasile in un brand globale. Anche quando la sfortuna lo colpisce, come l’infortunio ai Mondiali del ’62, il mito non vacilla: il Brasile vince comunque, ma l’icona di Pelé diventa inscalfibile.
Il peso della fama e l’ombra della dittatura
Pelé diventa il volto del Brasile sano, forte e vincente. Arrivano i primi grandi accordi commerciali; il suo sorriso vende qualsiasi cosa. Tuttavia, la storia bussa alla porta con il colpo di stato del 1964. Mentre il generale Branco prende il potere, Pelé sceglie il silenzio.
Il film non nasconde le zone d’ombra:
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La Politica: Criticato per non essersi schierato contro la dittatura, Pelé ribadisce che per lui il calcio restava fuori da quei giochi, una posizione che gli costerà accuse di eccessiva neutralità.
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La Vita Privata: Il matrimonio con Rose e le relazioni parallele, con la scoperta di figli nati fuori dal legame ufficiale, mostrano l’uomo dietro il campione.
Il ritorno del Re: Messico 1970
Dopo la delusione del 1966, segnata dai falli sistematici degli avversari e da un nuovo infortunio, O Rei decide di lasciare la Nazionale. Il calcio è cambiato, diventando più fisico e violento. Ma il destino (e le pressioni politiche) lo spingono al “dietrofront”. Superate le ostilità del ct Saldanha – che arrivò a definirlo miope per non convocarlo – Pelé guida la spedizione in Messico.
Il momento di massima commozione arriva nel ricordo della finale contro l’Italia. Non c’è solo l’estasi della vittoria, ma un immenso senso di sollievo: la fine di un peso insostenibile.
Conclusione
L’opera di Nicholas e Tryhorn è un omaggio riverente ma onesto. Ci consegna un campione fatto di genio e pochissima sregolatezza, un uomo che ha preferito la diplomazia al conflitto. Sebbene il documentario mostri meno giocate spettacolari di quanto un tifoso vorrebbe, riesce a sollevare il velo sull’anima di un uomo che, partendo da una cassetta per lucidare scarpe, ha finito per reggere sulle proprie spalle l’identità di un’intera nazione.


