L’impossibile ad ogni costo: sana aspirazione o effimero struggimento?


L’aspirazione ad un progetto, un luogo, una persona, o addirittura un ideale spesso per l’uomo diviene unica ragione di vita. Cerchiamo sempre qualcosa che ancora non abbiamo, o che non possiamo avere e questo cercare, accompagnato dalla consapevolezza di non riuscire a raggiungere l’oggetto della ricerca, o ancor di più, di non poterlo raggiungere, carica l’esperienza di un piacere che poi si tramuta in determinazione, per poi divenire apprensione, ossessione, ed infine dolore.

Si finisce così ad inscrivere la propria vita nel solco di due traiettorie parallele: l’inseguimento di un progetto, un sogno, o un ideale da un lato, e la percezione della reale inafferrabilità dell’oggetto desiderato, dall’altro.

Questa dicotomia ci consuma e ci logora fino al momento in cui tutto ciò che resta è solo dolore e rimpianto: dolore per non essere riusciti ad ottenere e a godere di quanto desiderato; rimpianto per aver amato e ricercato instancabilmente e ardentemente qualcosa che non avrebbe mai potuto appartenerci veramente.

L’aspirazione come ricerca lacerante: la storia di Narciso

Questa stessa dinamica, che pervade e condanna i nostri giorni, è alla base di uno dei più celebri miti che il mondo antico abbia mai prodotto e conosciuto. Il protagonista è Narciso, e la sua storia può essere letta attraverso due diverse prospettive.

La prima, di cui si parla nel presente articolo, indaga la dimensione “privata” del significato del mito, la seconda, di cui si parlerà nel prossimo articolo, la dimensione “corale” dello stesso.

Il mito, nella versione attestata nelle Metamorfosi di Ovidio, racconta della giovinezza di un ragazzo magnifico, Narciso. Figlio di Lirìope e Cèfiso, porta su di sé il peso di una bellezza disarmante che lo rende amato da chiunque lo osservi.

Nel tempo ragazzi e ragazze sono rimasti folgorati dalla sua bellezza, tuttavia, egli non si lega mai a nessuno di loro, così che essi siano condannati in eterno alla infelice condizione di ardere per una passione di cui non sono destinati a godere.

È questo il caso della fanciulla Eco che, costretta da Giunone a poter solo ripetere gli ultimi suoni delle parole altrui, non ha altro modo per interagire con lui se non riecheggiando qualche sua parola. Un giorno, offuscata dalla tentazione, prova ad abbracciarlo, ma lui la respinge in malo modo aumentando il suo dolore.

La fanciulla continua così a struggersi per lui, ma il destino di Narciso è condannato ad incrinarsi. Un giovane, invaghitosi perdutamente di lui, non sopportando di essere rifiutato, prega gli dèi affinché lo stesso Narciso, come quanti divengono ostaggi della sua perfida bellezza, bruci per una passione lacerante che non potrà mai soddisfare.

Dalla ricerca alla perdizione

Ed ecco che la dea Nemesi compie il sortilegio: Narciso si ritrova a specchiarsi in una fonte vergine e a scorgere l’immagine più maestosa che abbia mai visto prima. Il suo riflesso gli appare esempio di perfezione.

Non riuscendo più a fare a meno di subire l’incanto provocato dall’ammirazione di quello spettacolo, resta lì fermo nel vano tentativo di riuscire a goderne. Nel provarci, tenta di afferrare quell’immagine, di toccarla, di viverla, ma ogni volta che ci prova, resta sconfitto.

Narciso così si strugge nel costante tentativo di incastrare e di afferrare l’oggetto del proprio desiderio che però si rivela essere irraggiungibile. Gli effetti della sua passione devastante ben presto da emotivi divengono fisici: “Così, spossato d’amore, Narciso si squaglia” (…).

Infine, Narciso muore, “Non c’è più quel corpo che un tempo Eco aveva adorato”. Mentre i suoi lamenti sono continuamente accompagnati dalla fanciulla, il suo corpo svanisce recandosi nel regno dei morti in cui continua a specchiarsi nelle acque dello Stige.

 

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