Da Omero ad Ovidio: le ragioni dei vinti nelle parole di Briseide


 

 “Ma salva piuttosto questa mia vita, che è un tuo dono: ciò che donasti, vincitor, a me nemica, te lo chiedo come amica”

Queste le celebri parole che Ovidio nella terza lettera delle sue “Epistulae Heroidum” fa pronunciare alla schiava Briseide. Schiava e amante di Achille, Briseide, com’è ben noto dall’Iliade, gli viene sottratta dalle folli pretese del capo acheo Agamennone. Nel contesto iliadico Briseide appare come un personaggio “trasparente” nel senso che la sua presenza è legata solo ad alcuni passi isolati del poema, ma se la sua presenza è cosa rara, ad esserlo ancora di più, sono le sue parole.

In conformità alla sua condizione di schiava, infatti, nell’Iliade la donna appare per lo più in silenzio, tranne che nel diciannovesimo libro in cui, in occasione dei giochi funebri per la morte di Patroclo, la donna, ricordando la benevolenza e la dolcezza mostratagli dall’amico ormai defunto, rievoca parte della sua storia.

Briseide prima di Omero: una storia a più versioni

Prima di Omero non ci sono attestazioni certe della figura di Briseide, cosa che induce a pensare che sia stata creata dall’autore stesso. La donna, nella versione del mito presente nell’Iliade, era originariamente regina della città di Lirnesso, occupata e devastata da Achille.

L’eroe, avendo sancito la fine ineluttabile della sua intera famiglia, la prende come suo bottino di guerra e da lì la porta a Troia. Come è sottolineato nell’opera “Voci e silenzi di Briseide: da Omero a Pat Barker” di Lucia Floridi un’altra versione del mito, invece, prevede che la donna sia stata catturata, nubile, da Tenedo, mentre nella versione presente nell’Iliade, ella è presentata come sposata.

Dopo Omero: successo o oblio?

È peculiare che, al di là del contesto iliadico, la figura di Briseide sembri essere consegnata all’oblio, quantomeno per il mondo greco. In contesto romano, invece, Ovidio riparte proprio da lì, da quella schiava condannata al silenzio, per renderla una protagonista elegiaca. Da oggetto materiale che era nell’Iliade, Briseide diviene così soggetto narrante nelle Heroides rendendosi portatrice di un tipo di pathos che le era estraneo nel contesto epico.

Nel nuovo ruolo affidatole da Ovidio, Briseide squarcia il silenzio che le era stato imposto per portare alla luce l’identità che le era stata sottratta: non schiava, ma regina; non concubina, bensì sposa. Non è un caso, infatti, che anche nell’Iliade la donna venga definita da Achille in persona moglie, simbolo del suo riscatto sociale.

 Il significato di Briseide oggi

A partire dal Medioevo fino ad oggi, il personaggio di Briseide è stato più volte riformulato e adattato a vari tipi di contesto: di lei sono stati modificati mito di origine, dinamiche e addirittura nome, ma una cosa è rimasta invariata e cioè l’essere passata alla storia come “figura del lamento” (Floridi 2024).

Fuori dal mito la figura di Briseide può essere vista come l’emblema delle ragioni dei vinti. Tanto nell’Iliade, quanto nelle riformulazioni seguenti, Briseide continua a far sentire il suo grido, che non è un grido di denuncia, quanto di ricordo e rivendicazione. Ricordo di uno status, un tempo ed una condizione che le è stata sottratta e alla quale non può ritornare; rivendicazione di un’identità, quella di sposa (questa volta di Achille) che ancora le spetta.

 

 

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