La Grazia: il miglior Sorrentino


Ci sono autori che, più di altri, dividono il pubblico. Paolo Sorrentino è sicuramente uno di questi. Un regista capace di uno stile inconfondibile, ma spesso accusato – anche dalla sottoscritta – di nascondere il dolore dietro un’estetica popolata di grottesco, paradossi e figure caricaturali che finiscono per anestetizzare la riflessione invece di stimolarla.

La Grazia, il suo ultimo film, segna invece una frattura netta, una frattura salutare. Per una volta, Sorrentino rinuncia al travestimento. Il dolore non è mascherato, non è reso spettacolo, non viene mediato da situazioni volutamente disturbanti. È lasciato esistere nella sua forma più scomoda: sobria, silenziosa, irriducibile – ed è proprio in questa scelta che il film trova la sua forza.

Il protagonista, il Presidente della Repubblica Mariano De Sanctis, soprannominato “Cemento Armato”, viene presentato come un uomo impermeabile, saldo, quasi impenetrabile, ma dietro quella corazza si muove una solitudine profonda, una vita sospesa dopo una perdita che ha svuotato il tempo di gravità. Non c’è ironia salvifica, non c’è compiacimento visivo: c’è un corpo che resiste, un’identità che tenta di restare integra in un mondo che chiede continuamente di cedere.

La domanda che attraversa l’intero racconto é “Di chi sono i nostri giorni?”.  Di chi sono? Si chiede lo spettatore, colto impreparato.

La legge – così come suggerisce il film – osserva la verità da lontano; la vita, invece, la guarda da vicino – ed è in questo scarto che si giocano le scelte decisive: quelle che definiscono chi siamo quando il contesto è instabile.

La Grazia, l’amore che resta oltre l’assenza

La Grazia è anche e soprattutto una storia d’amore. Non nel senso convenzionale del termine, ma come racconto di una relazione che continua a esistere anche quando la morte ha già pronunciato la sua sentenza. Al centro del film c’è un uomo che non ha mai interrotto il dialogo con il fantasma della moglie scomparsa.

Sorrentino sceglie di raccontare un amore che resiste al tradimento e non si dissolve con la fine fisica del corpo. Un legame che sopravvive alla perdita. Aurora, la moglie defunta del Presidente, é un ospite che attraversa la quotidianità di suo marito con discrezione e ostinazione.
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La Grazia suggerisce che l’amore autentico non conosce una vera conclusione. Cambia forma, si trasforma in voce interiore, in sguardo che osserva da un’altra dimensione, ma resta.

Toni Servillo, Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile

Nel lungo sodalizio artistico tra Toni Servillo e Paolo Sorrentino, il pubblico ha imparato a conoscere una galleria di personaggi divenuti iconici: il giornalista cinico e dissoluto, la figura pubblica controversa, l’uomo di potere ambiguo. Maschere diverse, accomunate da un tratto ricorrente: una profonda ambivalenza morale, spesso risolta nell’ironia, nella decadenza o nel compromesso.

Ne La Grazia Servillo interpreta un uomo che, posto di fronte al peso delle responsabilità, non arretra, né si rifugia nell’ambiguità, ma mostra una rettitudine morale netta, persino ostinata.

L’attore offre una delle prove più intense e mature della sua carriera. Micro movimenti, silenzi e sospensioni restituiscono allo spettatore la complessità di un uomo chiamato a compiere delle scelte preservando coerenza tra principi e azioni.

Non sorprende che per questa interpretazione Servillo si sia visto assegnare la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Di smisurata bravura anche Anna Ferzetti e Milvia Marigliano, nei rispettivi ruoli di Dorotea De Sanctis e Coco Valori.

A mio giudizio, con La Grazia, Sorrentino, spogliato dei suoi eccessi più riconoscibili, firma una delle sue opere più mature. Senza rinunciare allo stile, permette finalmente al dolore di parlare senza maschere.

Qui il trailer ufficiale.

 

 

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