La complessità dell’essere umano si accompagna ad altrettante complessità che investono anche il campo delle possibilità e delle scelte.
La tragedia greca meglio di qualunque altra forma d’arte si è fatta portavoce, in versi o sulla scena, di ciò che la dimensione della scelta da sempre comporta per l’essere umano: errori, tranelli, possibilità mancate e tradimenti, ogni singola possibilità è stata sviscerata attraverso trame di spettacoli teatrali che hanno reso il popolo greco un popolo di artisti, ma specialmente di poeti che hanno portato sulla scena, tragica o comica che fosse, gli effetti delle responsabilità umane relativamente alle scelte che vengono compiute.
In generale, se il divario tra una scelta giusta ed una “sbagliata” può apparire arduo da scorgere, al contrario quello tra una scelta moralmente giusta ed una moralmente ingiusta appare impossibile da non avvertire. Ciononostante, non sempre accade che una scelta “giusta”, o per meglio dire, giuridicamente giusta, ricada anche nella sfera di ciò che lo è anche dal punto di vista morale.
“Il cielo stellato sopra di noi, la legge morale dentro di noi” è il celebre aforisma con cui Immanuel Kant nel XVIII sec intendeva spiegare la differenza tra la realtà fenomenologica e la legge morale. Mentre il cielo stellato, dunque la realtà è al di fuori dell’uomo, al contrario la legge morale, propria di ogni uomo, abita al suo interno e dunque lo definisce. Essa dunque, nell’ottica del filosofo, occupa un ruolo prioritario in quanto inscindibile dall’uomo stesso e dalla sua definizione di essere umano.
Essere vittima per riscoprirsi vincitrice: il caso di Antigone
Un esempio celeberrimo di quanto detto, si ritrova nel fittissimo panorama di miti greci. Questa volta siamo nell’ambito dei miti che hanno dato luogo, oltre che a narrazioni epiche, a narrazioni tragiche.
Tra questi si ricorda la storia di Antigone raccontata, anzi, messa in scena nell’omonima tragedia di Sofocle. Secondo il mito Antigone, figlia di quello che si può definire a tutti gli effetti un ghenos maledetto (Antigone è figlia di Edipo e sorella di Eteocle e Polinice) si ritrovava a combattere contro una condizione che la relegava ad un’azione che, seppur giuridicamente giusta, superava ogni limite morale che l’essere umano avrebbe mai potuto sopportare.
Ella, infatti, a seguito della morte dei suoi due fratelli, ottiene dalla legge, incarnata dallo zio al potere Creonte, che soltanto uno dei due, Eteocle, avesse il diritto di essere sepolto.
Il destino di Polinice, identificato come traditore, e pertanto allontanato dal contesto della polis, sarebbe stato dunque quello di perdere il diritto di sepoltura. Nel quadro così delineato, Antigone, riconoscendo la gravità dell’atto stabilito dalla legge decide di farsi garante, da sola, della propria giustizia scontrandosi contro una legge ed un sistema in cui non poteva riconoscersi e che le imponeva di sopprimere ciò che la legge morale le presentava come inappellabile: l’importanza del valore familiare.
Dalla verità giuridica alla giustizia morale
Come Creonte aveva già affermato, l’opposizione della nipote sarebbe stata punita con la morte della stessa. Al contrario di Polinice, Antigone avrebbe avuto la possibilità di essere sepolta, questa volta in una grotta sotterranea, questa volta, mentre era ancora viva.
L’ uccisione di Antigone (che infatti si impicca all’interno della grotta) genera una serie di altri suicidi che hanno come unico obiettivo quello di relegare colui che ne è stata la causa, Creonte, ad una condizione di tormento ed instabilità.
Egli infatti, in seguito alla morte della moglie e del figlio, resta isolato ed il suo pentimento (rappresentato dal tentativo di disseppellire la nipote) arriva soltanto in seguito all’ultimo respiro della fanciulla.
Creonte Vs Antigone oggi: un interrogativo non più irrisolto
Il mito si presta ad una rilettura che è decisamente attuale e che investe due diverse prospettive di riflessione: da un lato il valore ed il riconoscimento che viene dato a ciò che si configura come moralmente giusto; dall’altro, quanta parte di ciò che è moralmente giusto è riconosciuto in ciò che lo è solo giuridicamente?
Alla luce dei più attuali fatti cronaca, è sempre più lampante quanto questa dialettica sia oggi più vera che mai. A fronte di leggi che si dicono essere promulgate in difesa dell’uomo, ma che annichiliscono ciò che lo rende veramente tale tralasciando la sua sfera morale e dunque, ciò che è più intimamente connesso all’uomo stesso, bisogna chiedersi se si preferisce essere Creonte, incarnare dunque le leggi dello Stato e portarle avanti anche quando queste ledono l’identità stessa dell’individuo, o essere disposti ad essere Antigone, ossia combattere strenuamente per ciò che è moralmente giusto anche a costo di divenire “trasgressori” e vittime di una pena non commisurata, né pertinente?
Creonte è schiavo di un potere che non lo eleva, ma lo schiaccia; incapace di scindere ciò che è conveniente principalmente per sé, decide di perseguire una battaglia in cui si sapeva a priori che sarebbe stato sconfitto.
La sua sconfitta, paradossalmente, al contrario di quanto aveva stabilito per Antigone, è proprio la vita; una vita che lo vede al di fuori di un qualsiasi contesto familiare, dunque al di fuori anche di ogni legge morale che potesse assolverlo dalla sua colpa.
Antigone, al contrario, vincitrice sul piano morale, non è vittima, bensì eroina. Il suo sacrificio, seguito da quello del resto della famiglia, ha impresso in eterno la vittoria incontrovertibile dell’importanza del posto ricoperto dalla morale nel contesto di leggi che senza di esse si adatterebbero a degli automi, piuttosto che a degli esseri umani.


