Esistono allenatori che vincono e allenatori che cambiano la storia. Gigi Radice appartiene a questa ristretta cerchia di visionari. Gentiluomo d’altri tempi, ma rivoluzionario sul campo, Radice è stato il primo a importare in Italia il concetto di pressing a tutto campo, trasformando il calcio nostrano negli anni Settanta.
Dal campo alla panchina: Un DNA vincente
Prima di diventare un maestro di tattica, Radice è stato un difensore di altissimo livello. Legato indissolubilmente al Milan, ha vinto da protagonista ben tre scudetti e la prestigiosa Coppa dei Campioni nel 1963. Una mentalità vincente che ha poi trasferito in una carriera da allenatore infinita, toccando piazze storiche come Firenze, Bologna, Cagliari, Roma e le due sponde di Milano.
1976: L’anno magico e l’ombra del Grande Torino
Il capolavoro assoluto di Radice porta la data del 1975, l’anno del suo approdo al Torino. In una piazza ancora ferita dal ricordo indelebile del “Grande Toro”, Radice riuscì nell’impresa impossibile: riportare lo scudetto sulla sponda granata dopo 27 anni di attesa.
Costruì una vera “macchina da guerra” basata sulla forza d’urto dei “Gemelli del Gol”: Francesco Graziani e Paolino Pulici. Quella coppia d’attacco, diventata leggenda, fece impazzire i tifosi e dominò la Serie A nel 1976. Ma il Toro di Radice non fu una meteora: seguirono due secondi posti consecutivi (1977 e 1978) che gridano ancora vendetta per la qualità del gioco espresso, probabilmente superiore a chiunque altro in quegli anni.
Una carriera di ritorni e di affetto
La carriera di Radice è stata caratterizzata da legami profondi, testimoniati dai numerosi ritorni sulle panchine di Cagliari, Fiorentina e soprattutto del suo Monza. Proprio in Brianza ha vissuto ben tre parentesi diverse, chiudendo definitivamente il suo viaggio in panchina nel 1997.
Amato dai suoi calciatori per la schiettezza e la preparazione, Radice ha allenato generazioni di campioni, lasciando ovunque un’impronta indelebile.
L’ultimo saluto a San Siro
Gigi Radice si è spento a Monza il 7 dicembre 2018, all’età di 83 anni. Il destino ha voluto che, due giorni dopo la sua scomparsa, il calendario mettesse di fronte proprio Milan e Torino. A San Siro, in un’atmosfera carica di commozione, il minuto di silenzio e il lutto al braccio dei ventidue in campo hanno celebrato l’uomo che più di ogni altro ha rappresentato l’anima di questi due club.


