Ci sono difensori che dominano l’area con la stazza e altri che lo fanno con l’anima. Roberto Fabián Ayala, per tutti El Piraña, apparteneva a questa seconda, rarissima categoria. Un metro e settantasette di pura elettricità, capace di staccare più in alto dei giganti e di mordere le caviglie degli attaccanti con una ferocia sportiva che ha segnato un’epoca.
Dal Vesuvio alla conquista della Spagna
Il viaggio europeo di Ayala inizia all’ombra del Vesuvio. Nel Napoli degli anni ’90, Roberto diventa rapidamente un idolo: grinta sudamericana e fascia di capitano al braccio. Sebbene il passaggio al Milan gli regali lo scudetto del centenario nel 1999, è in Spagna, con la maglia del Valencia, che il difensore di Paraná entra nel mito. Sotto la guida di Benítez, Ayala diventa il fulcro di una difesa d’acciaio, sollevando due volte la Liga e portando il club ai vertici del calcio europeo con la vittoria della Coppa UEFA nel 2004.
Il tormento e l’estasi in Albiceleste
Con la maglia dell’Argentina, la storia di Ayala è un romanzo fatto di vette altissime e cadute dolorose. Il destino gli ha spesso voltato le spalle nei momenti decisivi: l’infortunio nel riscaldamento ai Mondiali del 2002, il rigore parato da Lehmann nel 2006 e lo sfortunato autogol nella finale di Copa América 2007. Eppure, Roberto resta l’uomo che ha guidato l’Argentina sul gradino più alto del podio olimpico ad Atene 2004, restituendo al suo popolo un oro che mancava da decenni.
Una nuova vita in panchina
Oggi la “Piraña” non morde più in campo, ma osserva dalla panchina. Come assistente fidato di Lionel Scaloni, Ayala ha messo la sua esperienza al servizio della nuova generazione di talenti, contribuendo dietro le quinte alla rinascita dell’Argentina culminata con il trionfo mondiale in Qatar.
Dalle mischie furibonde al San Paolo alle lacrime di Berlino, Ayala rimane il simbolo di un calcio dove il cuore conta più dei centimetri. Un guerriero silenzioso che ha insegnato al mondo come si difende un’idea, prima ancora che una porta.
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