Il bivio è servito. Da una parte la gloria, il ritorno nel calcio che conta e la fine di un digiuno che pesa come un macigno; dall’altra, l’ennesimo processo a porte aperte, le polemiche feroci e un trauma sportivo difficile da rimarginare. L’Italia di Gennaro Gattuso arriva in Bosnia consapevole che la storia non ammette scuse: vincere significa volare al Mondiale questa estate, perdere significa restare ancora una volta a guardare gli altri festeggiare dal divano.
Oltre la vittoria di Bergamo
Il successo contro l’Irlanda del Nord ottenuto a Bergamo ha dato ossigeno e morale, ma non può bastare. Quella vista al Gewiss Stadium è stata un’Italia pratica, concreta, ma lontana dall’essere bellissima. Se contro i nordirlandesi il carattere ha sopperito alla fluidità di manovra, a casa della Bosnia servirà una metamorfosi. I padroni di casa non sono l’Irlanda: hanno piedi più raffinati, una gestione della palla superiore e un ambiente che sa trasformarsi in una bolgia.
Il duello: La classe di Tonali contro l’eterno Dzeko
La chiave del match passerà inevitabilmente dai piedi di Sandro Tonali. È lui l’uomo del momento, il faro del centrocampo azzurro a cui Gattuso affida le chiavi della fantasia e del ritmo. Dalla sua capacità di verticalizzare e di gestire la pressione dipenderanno le sorti dell’attacco italiano.
Dall’altra parte, però, c’è lo spauracchio di sempre: Edin Dzeko. L’icona bosniaca, nonostante la carta d’identità non sia più quella di un ragazzino, non ha perso il vizio che lo ha reso un mito globale: il gol. È lui il pericolo pubblico numero uno per la difesa guidata da Donnarumma, chiamato a una prestazione da leader assoluto per blindare la porta e il sogno mondiale.


