Ci sono storie che non si guardano soltanto: si attraversano. E a volte fanno male. Per me, La casa di Ninetta è stato proprio questo: un attraversamento. Un ritorno inatteso in luoghi interiori che credevo ormai silenziosi. Sul tema affrontato ho scritto anche un libro, e forse è per questo che ogni immagine, ogni parola, ogni pausa ha avuto un peso diverso, più profondo.
Il film, esordio alla regia di Lina Sastri, è una poesia impressa su pellicola. Non cerca effetti, non alza la voce: sussurra, e proprio per questo arriva più lontano. È un tuffo nel passato, un risveglio di amarezze che credevo aver lasciato indietro e che invece, al primo sollecito, sono tornate a galla più vive e dolorose che mai.
La rabbia di Alfonso è una rabbia che conosco. Mi appartiene, come figlia, come spettatrice, come persona. E quel nome, Alfonso, non è solo un dettaglio narrativo: è un’eco personale, un richiamo che rende tutto ancora più vicino, quasi inevitabile.
Il cast è di una forza rara. Maria Pia Calzone e Angela Pagano danno vita a Ninetta, giovane e anziana, in un passaggio continuo di emozioni che è insieme recitazione e verità. Non c’è frattura tra le due: solo tempo che scorre e sentimenti che restano.
Accanto a loro, convincono e arricchiscono il racconto Antonella Stefanucci, Antonella Morea e Franca Abategiovanni, nei panni delle tre badanti, presenze concrete e umane, capaci di alleggerire e allo stesso tempo intensificare la narrazione. E poi, quasi a chiudere un cerchio, la stessa Lina Sastri che interpreta Lucia: un ritorno a sé, un gesto artistico e personale insieme.
La casa di Ninetta è una storia d’amore, ma non un amore semplice o consolatorio. È l’amore in tutte le sue forme, anche quelle più fragili, più difficili, più vere; quell’amore che – come suggerisce il film – di cui tutti abbiamo diritto all’amore, ma trovarlo – o riconoscerlo – è difficile. Assaje!
“La casa di Ninetta” di Lina Sastri è disponibile su RaiPlay


