Giuseppe Gargani è scomparso il 27 maggio all’età di novantuno anni, facendo politica fino alla fine della sua vita come presidente dell’associazione degli ex parlamentari, che peraltro aveva in programma un convegno sulla celebrazione di Ciriaco De Mita proprio in questi giorni.
Gargani intendeva la politica in modo profondo e totalizzante, sempre legata all’educazione della volontà popolare e senza cedimenti al populismo. L’esponente irpino, nato a Morra De Sanctis nel 1935, nutriva un’avversione radicale nei confronti dell’antipolitica e, in questi difficili tempi attuali, possiamo ritenere la sua lezione politica più viva che mai.
Il convegno su De Mita, che aveva in programma, era dovuto alla sua storia politica perché Gargani aveva militato, con l’ex segretario della DC e presidente del Consiglio, nella Corrente di Base, stringendo un sodalizio che proiettò l’Irpinia ai vertici delle istituzioni nazionali.
Il sodalizio democristiano degli anni Ottanta è passato alla storia come quello dei magnifici sette. Con De Mita e Gargani c’erano Gerardo Bianco, Nicola Mancino, Biagio Agnes, che sarebbe diventato poi direttore generale della Rai, Salverino De Vito, che divenne ministro per il Mezzogiorno, e Antonio Aurigemma, famoso per essere il sindaco di Avellino che anticipò, nel consiglio comunale del capoluogo irpino, la collaborazione tra Dc e Pci, aprendo la strada al compromesso storico e all’alleanza democratica.
Questo spiega perché proprio Gargani avrebbe dovuto ricordare la figura di Ciriaco De Mita, scomparso il 26 maggio del 2022.
Gli inizi in politica
Giuseppe Gargani si era laureato in giurisprudenza, soprattutto su insistenza del padre che non voleva il figlio totalmente dipendente dalla politica, e si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1956.
Dopo una carriera importante nella giovanile democristiana fu eletto componente del consiglio e poi anche della direzione nazionale della DC, segretario regionale della Campania e soprattutto deputato alla Camera dal 1972 al 1994.
Fu nominato sottosegretario al ministero della Giustizia nella legislatura che va dal 1979 al 1984, come riferimento della corrente “Base” guidata da Ciriaco De Mita.
Nel 1994, dopo lo scioglimento della Democrazia Cristiana, su sollecitazione di Buttiglione e Bianco decise di aderire al Partito Popolare Italiano, ma alle elezioni politiche del 1994 non venne eletto pur ottenendo un ragguardevole 25,5% nel collegio di Atripalda.
Il passaggio al centrodestra
Il successivo anno, il 1995, fu quello dello scontro famoso nel Partito Popolare tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco, e Gargani, per l’amicizia e il rapporto con un altro magnifico dei famosi sette, si schierò col centrosinistra, sostenendo la coalizione dell’Ulivo e la candidatura a presidente del Consiglio di Romano Prodi.
Durante i governi dell’Ulivo fu nominato commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nel 1998, ma poi decise di abbandonare il PPI e il centrosinistra per aderire al movimento politico di Berlusconi, Forza Italia, candidandosi alle elezioni europee del 1999 e risultando eletto europarlamentare con decine di migliaia di preferenze.
Nel Parlamento europeo si iscrisse al gruppo del Partito Popolare Europeo, avendo appunto lo scopo di traghettare la formazione di Silvio Berlusconi in questa importante famiglia politica a livello europeo.
Alle successive elezioni politiche del 2001 fu candidato alla Camera nel collegio di Avellino, sostenuto dalla coalizione della Casa delle Libertà e dalla Lista Bonino, ottenendo il 40,2% dei voti.
In questo caso fu sconfitto proprio dal candidato vicino alla sua ex corrente politica democristiana, Antonio Maccanico, sostenuto dal centrosinistra, ma si riscattò alle elezioni europee del 2004, ottenendo un grande successo e un nuovo scranno al Parlamento europeo, sempre per la lista di Forza Italia nella circoscrizione meridionale, ricevendo un consenso di ben ottantamila preferenze.
Gli anni successivi
Nel 2009 si espresse contro la norma per la trasparenza nel Parlamento europeo “anti-assenteisti”, che impose di pubblicare sul web le presenze degli europarlamentari e, nel marzo del 2010, decise di lasciare il Popolo della Libertà.
Gargani, assieme ad altri, fondò il movimento politico denominato “EuropaSud”, che alle elezioni regionali del 2010 in Campania decise di confluire nella lista del socialista Stefano Caldoro, candidato presidente del centrodestra.
Dopo pochi mesi, a maggio, Gargani scelse di aderire alla formazione politica dell’Unione di Centro.
Alle elezioni europee del 2009 non fu eletto, ma per effetto di una decisione della Corte di Cassazione nel luglio 2011 subentrò a Giovanni Collino a Strasburgo e, in qualità di europarlamentare, rimase in carica fino al termine del mandato nel 2014.
Nel 2016 è stato eletto presidente del comitato nazionale “No al Referendum sulle modifiche alla Costituzione” per il referendum costituzionale del 4 dicembre sulla riforma Renzi-Boschi, il più importante organismo costituito per la consultazione referendaria dall’area centrista, che riuscì a bloccare il tentativo di modificare la Costituzione in svariati punti.
Il rapporto con la giustizia e la politica
Giuseppe Gargani ha presieduto la commissione Giustizia della Camera dei Deputati in varie legislature ed è stato sottosegretario in quattro governi, sempre alla Giustizia, perché il suo curriculum politico e la sua professione di avvocato lo rendevano indicato a ricoprire questi ruoli.
Ma anche a fine carriera si è sempre impegnato sui temi della politica e della giustizia e per questo, a dicembre dello scorso anno, è stato rieletto presidente dell’Associazione ex parlamentari della Repubblica italiana.
In una delle sue ultime interviste Gargani ha spiegato che la passione politica gli venne nei primi anni universitari grazie a Gerardo Bianco, che era pure un suo lontano parente.
Gargani abitava a Morra De Sanctis, in provincia di Avellino e Gerardo Bianco era studente all’Università Cattolica; quando tornava per le festività riuniva i giovani della località irpina per discutere con loro del ruolo politico che stava svolgendo l’Università Cattolica.
Durante la scrittura della sua tesi di laurea in diritto costituzionale e in particolare sull’articolo 33 della Costituzione, riguardante la libertà di insegnamento, Bianco gli presentò il potente esponente della DC, Ciriaco De Mita, che apprezzò il lavoro di Gargani.
Da quel momento cominciò la sua carriera politica e nel 1959 fu eletto delegato provinciale del movimento giovanile della DC e nel 1960, al congresso nazionale della giovanile, addirittura vice segretario nazionale.
L’impegno civile
Il padre di Giuseppe Gargani non amava la politica e pretese che il figlio avesse una professione, e così decise di diventare anche avvocato.
Questo lavoro lo aiutò ad avere autonomia economica e in Parlamento gli consentì di occuparsi, con preparazione e maggiore consapevolezza, delle questioni relative alla giustizia.
Anche alla guida dell’Associazione ex parlamentari della Repubblica, Gargani si è posto alcuni obiettivi importanti, tra i quali quello di avvicinare i giovani alle istituzioni parlamentari e restituire un ruolo centrale al Parlamento.
Gargani ha tenuto a sottolineare la differenza del ruolo di parlamentare ai suoi tempi rispetto a quelli attuali, perché nei decenni passati c’era un rapporto organico tra cittadini e istituzioni che, a causa delle ultime pessime leggi elettorali, non esiste più.
Gargani ha ricordato le iniziative dell’associazione che sono state definite per costruire un rapporto forte con gli attuali membri del Parlamento, che svolgono il ruolo con una forza minore e senza la capacità di rispetto dello spirito originario del principio di rappresentanza.
I sistemi elettorali della Seconda Repubblica non solo non hanno valorizzato il singolo, ma hanno anche aumentato in modo preoccupante la disaffezione dell’elettore.
Purtroppo una partitocrazia personalistica da decenni sta soffocando il dibattito politico e il taglio dei parlamentari, proposto da quasi tutte le forze politiche attuali, ha lasciato molte realtà territoriali italiane senza una rappresentanza adeguata.
Le riflessioni finali
Per Gargani l’associazione deve battersi affinché il Parlamento torni ad essere il riferimento istituzionale dei cittadini e, attraverso convegni e iniziative, ritiene importante stimolare il dibattito sul ruolo dell’assemblea legislativa e sulla necessità che i partiti pratichino realmente la democrazia al proprio interno.
Infatti nelle forze politiche attuali non c’è più il dinamismo dei tempi della Prima Repubblica, perché solo i leader o, al massimo, una ristretta oligarchia dispongono del simbolo e della struttura del partito.
Gargani negli ultimi anni di vita si è fatto promotore di una legge sulla concreta applicazione dell’articolo 49 della Costituzione per creare i presupposti a organizzare meglio al loro interno il metodo democratico di selezione, sia delle proposte politiche e programmatiche sia della stessa classe dirigente.
Nel suo ultimo libro, “Le mani sulla storia”, Gargani ha affrontato il tema della giustizia, anche rispetto alla recente consultazione referendaria e alla necessità di fare adeguate riforme sul meccanismo della giurisdizione italiana.
Secondo Gargani il problema della giustizia si intreccia con quello della democrazia, perché il ruolo del magistrato in Italia è diventato troppo esposto, con quasi una prevalenza del potere giudiziario rispetto alla politica legislativa.
Ma questo, secondo Gargani, non è solo un problema italiano, ma di tutti i paesi più avanzati, perché il sistema normativo non tiene conto della complessità sociale.
Per Gargani le leggi sono diventate settoriali e ci sono troppi regolamenti per mettere una pezza nei vari dissesti sociali attuali.
Questo fatto ha portato a un’interpretazione fuori le righe del ruolo della magistratura, che si è avvalsa di un potere.
La magistratura non è più un ordine, come dice la Costituzione, ma un potere, per Gargani, che ha ritenuto completamente errata la narrativa di Tangentopoli sui partiti di governo, a cominciare dalla Democrazia Cristiana, perché i magistrati hanno voluto svolgere un compito che non poteva loro appartenere: quello di riscrivere la storia della politica.
Non si è colta in modo adeguato la differenza tra il finanziamento irregolare e la corruzione, un reato gravissimo e disdicevole, perché tutto il finanziamento ai partiti fu interpretato erroneamente come corruzione.
Gargani ha ricordato come poi, in effetti, il 73,5% degli imputati di Tangentopoli fosse stato assolto nel dibattimento, perché non ci furono prove della corruzione.
Gargani era un convinto sostenitore della proposta di riforma del sistema della magistratura, con la necessità di regolare il potere della magistratura attraverso la divisione dei ruoli tra inquirenti e giudicanti, e per questo è stato promotore del sì al recente referendum costituzionale, poi bocciato dalle urne.
Gargani auspicava la possibilità di ritornare alla vera politica, perché il periodo attuale può essere considerato solo come una fase molto negativa di transizione.
A giudizio di Gargani le forme attuali di organizzazione politica non corrispondono allo spirito dell’articolo 49 della Costituzione.
Per l’esponente ex democristiano i dibattiti recenti non fanno emergere niente di positivo, perché c’è una crisi del pensiero politico molto forte che solo i filosofi, a posteriori, potranno definire in modo oculato.
Giuseppe Gargani, però, nonostante tutti i problemi e la grave crisi attuale, non aveva perso completamente la fiducia, lasciando un lascito di impegno e generosità che traspare in modo chiaro e forte da una delle sue ultime testuali dichiarazioni:
“Mi auguro che i giovani si avvicinino sempre di più alla politica, perché c’è bisogno di rinnovamento. Se non trovo chi continua su un filone di interesse rispetto alla nostra cultura politica non ho fatto nulla di significativo. I giovani si allontanano perché non trovano la politica. Mio figlio aveva grande passione ma poi, vedendo la politica di oggi, ha preferito dedicarsi alla professione. Attraverso l’Associazione ex parlamentari vogliamo fare un’opera di educazione e formazione dei giovani, in collegamento con La Sapienza, perché la formazione culturale e politica è condizione per avvicinarli. Dipende da loro se la politica risorge come dato di organizzazione e pacificazione sociale. Avevamo una società solidale unica in Europa, l’ho visto anche da parlamentare europeo. Ora è disgregata, l’individualismo è sfrenato. Bisogna riaggregare la società attraverso i nuovi valori che, anche attraverso le tecnologie, devono essere potenziati e sviluppati. Ai giovani dico: abbiate grandi speranze e siate voi i protagonisti della politica”.


