Alle ore 16:58 del 19 luglio 1992, un’autobomba esplose in via Mariano D’Amelio, a Palermo, uccidendo il magistrato antimafia Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.
Fu il secondo attentato della mafia dopo quello al giudice Falcone, in un periodo oscuro della storia della Repubblica italiana, alle prese pure con la vicenda di Tangentopoli.
Dopo un terzo di secolo ci sono ancora interrogativi irrisolti, primo fra tutti la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino.
Il mistero dell’agenda
La famosa agenda rossa era il taccuino che il magistrato portava sempre con sé, contenente appunti riservati su tutte le sue indagini. In particolare, avrebbe dovuto contenere indicazioni sui possibili mandanti esterni della precedente strage di Capaci, nella quale perse la vita il suo collega e amico Giovanni Falcone.
I familiari di Borsellino hanno sempre dichiarato che l’agenda rossa fosse nella borsa di cuoio del giudice anche il giorno stesso dell’attentato. In effetti, la borsa fu ritrovata intatta, mentre la scomparsa dell’agenda, dopo trentaquattro anni, è ancora avvolta in un fitto mistero.
Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, è tornato recentemente a parlare di questo mistero, rilasciando la seguente dichiarazione: «È incredibile che qualcuno ancora oggi metta in dubbio l’esistenza dell’agenda rossa».
Salvatore Borsellino ha addirittura fondato un movimento sulla questione, denominato “Le Agende Rosse”.
Secondo il fratello del giudice, l’agenda sarebbe stata sottratta dalla macchina di Paolo, ancora in fiamme quel 19 luglio, subito dopo la strage, da qualcuno che voleva occultare i veri motivi di quell’attentato.
Testimonianze e interrogativi
Il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo ha pure parlato dell’agenda, facendo riferimento ai tre incontri che ebbe con Paolo Borsellino, in qualità di magistrato, per raccogliere le sue testimonianze.
A ogni incontro Borsellino annotava tutte le rivelazioni che gli venivano fatte, anche quelle che non venivano verbalizzate ufficialmente, nel suo taccuino rosso.
Insomma, si può ipotizzare che quell’agenda custodisca informazioni compromettenti sulla trattativa tra Stato e mafia, il famigerato negoziato segreto di cui spesso si è parlato, per fermare la stagione delle stragi in cambio di alcune concessioni a Cosa nostra.
Se questo corrispondesse a verità, chiunque si fosse impossessato dell’agenda rossa potrebbe averla usata come strumento di ricatto.
Alcuni testimoni del 1992 riferirono di aver visto uomini in abiti civili prelevare la borsa di Borsellino immediatamente dopo l’attentato. Le fotografie scattate sulla scena mostrarono il colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli con la borsa del magistrato in mano.
Il colonnello Arcangioli venne indagato, ma fu prosciolto «per non aver commesso il fatto» in fase di udienza preliminare, senza quindi un processo specifico e un dibattimento sulla sottrazione dell’agenda.
Il fratello del giudice Borsellino ha recentemente chiarito come anche le raccomandazioni della Corte, nel processo Borsellino Quater, di indagare più a fondo sulla scomparsa dell’agenda rossa, fossero state in realtà completamente ignorate.
I cinquantasette giorni
Dopo l’uccisione di Giovanni Falcone, il 23 maggio 1992, Borsellino sapeva di essere il prossimo obiettivo e, nei 57 giorni tra le due stragi, lavorò senza sosta, raccogliendo informazioni sui mandanti dell’attentato di Capaci e indagando sulle connessioni tra mafia e politica.
All’epoca Mutolo e Leonardo Messina, collaboratori di giustizia molto importanti, rivelarono alcuni dettagli che avrebbero potuto compromettere figure istituzionali di primo piano.
Secondo Salvatore Borsellino, la collega del fratello Liliana Ferraro avrebbe messo Paolo al corrente della trattativa, alla quale era assolutamente contrario, ma solo attraverso l’agenda rossa si potrebbero ricavare informazioni preziose.
Per Salvatore Borsellino, l’agenda potrebbe essere stata fatta sparire proprio da quei soggetti, probabilmente legati a settori dei “servizi segreti”, che stavano conducendo la trattativa con la mafia.
In effetti, alcune testimonianze e intercettazioni sembrano proprio suggerire che alcuni agenti segreti possano aver avuto un ruolo nella sottrazione dell’agenda rossa.
Sul luogo della strage, pochi minuti dopo l’esplosione, furono avvistate figure estranee alla polizia giudiziaria. Inoltre, sempre nel 1992, si registrò una frenetica attività di raccolta di informazioni riservate su mafia e politica, il cui contenuto non è mai stato reso interamente pubblico.
Paolo Borsellino era consapevole di trovarsi in una situazione di grande pericolo dopo l’attentato a Giovanni Falcone e, in una delle sue ultime conversazioni con la moglie Agnese, disse testualmente: «Quando sarò ucciso, sarà stata la mafia, ma non sarà stata solo la mafia a volere la mia morte».
Questa frase rende esplicito il sospetto, poi emerso anche in diverse inchieste, che vi fossero forze esterne a Cosa nostra interessate all’eliminazione di Paolo Borsellino.
L’isolamento del magistrato
Il magistrato avvertiva i segnali di un isolamento progressivo e, in effetti, dopo l’avallo della Corte di Cassazione per rendere effettivo il maxiprocesso alle cosche mafiose, cominciò lo smantellamento del pool antimafia.
In precedenza, pure a Falcone furono assegnati processi di scarsa importanza per impedirgli di proseguire il suo lavoro. Salvatore Borsellino ricorda che il fratello Paolo dovette denunciare pubblicamente lo smantellamento del pool.
Dopo le due stragi si aprirono diversi processi per individuare i responsabili. Il processo Borsellino bis del 2003 confermò la matrice mafiosa dell’attentato, ma lasciò aperta la questione dei mandanti esterni.
La sentenza dei primi anni Duemila accertò l’esistenza di entità estranee a Cosa nostra con un interesse diretto nella morte di Borsellino, riconducibili a una parte deviata dello Stato che mirava a stabilire un nuovo equilibrio politico dopo la fine della Prima Repubblica.
Processi e depistaggi
Nel 2018 il processo Borsellino Quater ha rivelato come le prime indagini fossero state addirittura pilotate per depistare la verità.
La Corte d’Assise ha stabilito che il pentito Vincenzo Scarantino fu indotto a fornire una falsa versione dei fatti da uomini delle istituzioni, il cui obiettivo era proprio quello di sviare le indagini.
Ma, dopo oltre tre decenni, i responsabili del depistaggio non sono ancora stati individuati con certezza e la scomparsa dell’agenda rossa, ancora oggi, può essere considerata il simbolo di una verità negata, di un patto oscuro mai del tutto rivelato tra settori dello Stato e cosche mafiose.
Nel corso degli anni, familiari e collaboratori di Borsellino hanno continuato a chiedere giustizia per tenere viva la memoria del magistrato e delle altre vittime delle stragi mafiose.
Per Salvatore Borsellino, sottrarre l’agenda rossa di suo fratello può avere la stessa importanza dell’eliminazione dei giudici, compiuta in due mesi, perché il taccuino rappresenta la scatola nera della strage di via D’Amelio.
Per il fratello di Paolo Borsellino, se si riuscisse ad arrivare a quelli che hanno preso l’agenda, si conoscerebbe automaticamente il nome dei veri assassini dei due giudici trucidati.
Lo scontro con Meloni
Le parole più forti Salvatore Borsellino le riserva al governo attuale, rivolgendosi alla premier Giorgia Meloni con le seguenti parole: «A lei non posso che lanciare il messaggio di smetterla di dire di ispirarsi alla figura di Paolo, quando invece quello che sta facendo questo Governo è distruggere sistematicamente tutti quei mezzi che lui e Giovanni Falcone avevano lasciato alla magistratura, per permettere di combattere la mafia».
La presidente del Consiglio ha risposto a Salvatore Borsellino sui suoi social con le testuali parole: «Il lavoro encomiabile della commissione antimafia, presieduta da Chiara Colosimo, per restituire agli italiani la verità sulla strage di via D’Amelio è un punto d’orgoglio per Fratelli d’Italia. Il ringraziamento pubblico di Lucia Borsellino conferma che la via è quella giusta. Non arretreremo di un millimetro».
Mentre Salvatore Borsellino non fa sconti al governo, Giorgia Meloni trova rifugio nelle parole espresse, in alcune circostanze, dalla figlia del giudice, Lucia, avvocato ed ex rappresentante istituzionale della Regione Siciliana.
Invece, secondo Salvatore Borsellino, il 41-bis, l’ergastolo ostativo, le leggi sui collaboratori di giustizia e le intercettazioni facevano parte di quello che venne chiamato il decreto Falcone, successivamente spazzato via.
Attualmente, Palermo risulta piena di ergastolani usciti dalla galera senza aver mai collaborato con la giustizia, ma che dal carcere continuano a gestire la loro famiglia mafiosa.
Il fratello del giudice Paolo attacca pure duramente il partito della premier, dicendo le seguenti parole: «Fratelli d’Italia ha addirittura tentato di soffiarmi il suolo pubblico di via D’Amelio e di utilizzare il palco. Per fortuna sono riuscito a bloccare questo tentativo».
La cosiddetta pista nera
Nell’intervista rilasciata a Diecimedia, Salvatore fa anche un’inedita e clamorosa rivelazione che riguarda la destra eversiva italiana, con le testuali parole: «Paolo viene ucciso per evitare che testimoniasse che qualcuno dei suoi compagni di gioventù aveva partecipato insieme con Stefano Delle Chiaie alla preparazione della strage di Capaci».
Salvatore Borsellino rilascia quindi dichiarazioni a sostegno della cosiddetta pista nera, che potrebbe esserci dietro gli attentati del 1992.
Secondo il fratello di Paolo Borsellino, l’attuale Commissione parlamentare Antimafia intende cancellare la presenza dei servizi nelle stragi nel nostro Paese, ma la presenza dell’eversione nera nelle stragi che, da Piazza Fontana in poi, ha contraddistinto la storia del nostro Paese avrebbe più di un riscontro processuale.
La Commissione Antimafia attuale, invece, vorrebbe addebitare la strage di via D’Amelio a un dossier mafia-appalti che, pure se esistesse, non avrebbe potuto giustificare l’accelerazione di questa strage, sempre secondo quanto dichiarato da Salvatore Borsellino.
La tesi sostenuta dall’Antimafia nazionale vede il movente delle stragi mafiose nell’inchiesta sulle infiltrazioni di Cosa nostra negli appalti, ma Salvatore Borsellino lo esclude, perché ritiene che l’assassinio di suo fratello fosse stato perpetrato a causa della trattativa Stato-mafia.
Per Salvatore, Paolo Borsellino sarebbe stato ucciso per fare in modo che non rivelasse all’autorità giudiziaria quello che aveva scoperto in quei giorni, vale a dire che qualcuno dei suoi compagni di gioventù, legati alla destra, avesse partecipato insieme con Stefano Delle Chiaie alla preparazione della strage di Capaci per uccidere il giudice Falcone.
Insomma, oltre al rosso dell’agenda e del sangue delle vittime, c’è ancora il giallo sui mandanti delle stragi e, probabilmente, la frase di Paolo Borsellino che meglio esprime l’auspicio del giudice trucidato è ancora, dopo ben trentaquattro anni, la seguente: «Speriamo che cambi il vento, che venga il libeccio, che si porti via quest’afa».
Le reazioni politiche
Su questa polemica tra Salvatore Borsellino e Giorgia Meloni è intervenuto anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che non accetta le parole del fratello del giudice.
La Russa dichiara la seguente frase: «È come se dicessi, e non lo dico, e chi mi potrebbe smentire, che, se oggi fosse vivo, Paolo Borsellino sarebbe ministro di Fratelli d’Italia perché era di destra».
Queste parole, per il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, sono inaccettabili e così commentate: «Trovo davvero insopportabile che ci siano dei partiti che vogliano appropriarsi dell’esempio, dell’azione e della dedizione nella lotta antimafia di un campione come Paolo Borsellino, memoria storica dell’Italia intera».
Anche il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, esprime parole dure nei confronti della seconda carica dello Stato italiano, dichiarando: «Anche oggi il presidente del Senato La Russa ha perso l’occasione per tacere. Ipotizzare quale sarebbe stata oggi la collocazione politica di Borsellino, arrivando a immaginarlo ministro di Fratelli d’Italia, non è un atto di rispetto, è l’ennesima strumentalizzazione di un magistrato ucciso dalla mafia, ridotto a bandiera di parte. La Russa, anziché fare il presidente di tutti, continua a fare il capopopolo di Fratelli d’Italia».
La richiesta rimasta inevasa
In realtà, solo pochi giorni prima di essere ucciso, durante un incontro organizzato dalla rivista MicroMega, così come in un’intervista televisiva con Lamberto Sposini, Paolo Borsellino aveva parlato della sua condizione di «condannato a morte», perché era pienamente consapevole di essere nel mirino di Cosa nostra e sapeva che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime designate.
Voglio concludere la mia riflessione sulla ricorrenza della strage di via D’Amelio con le parole del giudice Antonino Caponnetto, che, subito dopo la strage, aveva detto, sconfortato: «È finito tutto».
Intervistato alcuni anni dopo da Gianni Minà, ricordò che «Paolo aveva chiesto alla questura, già venti giorni prima dell’attentato del 19 luglio 1992, di disporre la rimozione dei veicoli nella zona antistante l’abitazione della madre».
Ma la domanda era rimasta inevasa e non si è mai conosciuto il nome del funzionario responsabile della sicurezza di Paolo in quel periodo, né se nei suoi confronti si fosse poi effettivamente proceduto con qualche provvedimento sanzionatorio.


