Il ministro e segretario della Lega Matteo Salvini ha sposato l’idea del congresso straordinario anticipato, per cercare di risollevare il suo partito prima delle elezioni politiche. I delegati di questo congresso, per Salvini, dovranno essere gli stessi del precedente, per non perdere la sua leadership, che sembra sempre più traballante, e il capogruppo dei senatori leghisti, Massimiliano Romeo, ha già annunciato e ribadito che lui e l’area politica nordista non ci saranno perché lo considera un trappolone.
Il congresso straordinario
Per l’ufficialità della data del 24 e 25 ottobre manca solo la formalità del voto del Consiglio federale, ma l’annuncio di Roberto Calderoli lascia ben pochi spazi agli oppositori interni, perché queste sono le sue testuali parole: «Questa mattina si sono conclusi i lavori della Commissione Statuto e Regolamento della Lega, presieduta dal responsabile organizzativo Maurizio Bosatra, per definire la proposta di regolamento del Congresso straordinario richiesto dal segretario Matteo Salvini dal palco di Pontida 2026. La Commissione ha raggiunto all’unanimità l’intesa sul regolamento, sulla data del 24 e 25 ottobre e su Milano come sede del Congresso. La proposta sarà ora sottoposta all’approvazione del Consiglio Federale».
Non sembra quindi che la situazione possa essere modificata e Massimiliano Romeo, ospite della trasmissione “Un giorno da pecora” su Radio Uno, ha definito la scelta di Salvini come una mossa politica abile, ma profondamente sbagliata, in quanto, a suo giudizio, in un momento così delicato sarebbe servito un coinvolgimento maggiore della base del partito.
Romeo ritiene infatti che, con i delegati del congresso precedente, che lo hanno eletto all’unanimità, non ci sarebbero sostanzialmente possibilità per quelli che si volessero candidare alla guida della Lega in alternativa alla segreteria attuale.
La posizione di Romeo
Massimiliano Romeo ha specificato che non si considera un ribelle nel partito, perché, come il governatore della Lombardia Fontana e altri esponenti, avrebbe fatto solo delle semplici proposte per rilanciare la Lega, avendo ben presente il concetto di squadra e non quello della gloria personale.
Il progetto di Romeo non prevede una sua uscita dalla Lega e dichiara di essere determinato a rilanciare il movimento politico con la convinzione di riuscirci. Questa convinzione traspare nella risposta sul rischio di espulsione dal partito, quando afferma alla radio pubblica le seguenti parole: «Salvini ha sempre detto “male non fare, paura non avere”, e io mi rifaccio a quello. Se devo essere “licenziato” da capogruppo della Lega, speriamo sia almeno per giusta causa, perché altrimenti c’è il rischio del reintegro».
Per Romeo il vero tema per la Lega in questo momento non deve essere una questione interna, la necessità di regolare dei conti, perché il reale problema è quello di ritrovare l’attrattività innanzitutto nei confronti degli elettori leghisti. Il partito sta subendo da anni un calo costante e continuo e bisogna capirne le ragioni e cercare di riguadagnare gli elettori persi.
Identità e federalismo
La questione, dunque, è politica e non personale. Per Romeo deve emergere la squadra e non un singolo, perché è necessaria la collegialità, in quanto la Lega deve tornare ad essere intesa come sindacato del territorio. Romeo si riferisce alla necessità di ritrovare una maggiore identità del partito con il ritorno al vecchio tema del federalismo.
Il confronto delle idee deve venire prima delle persone e, proprio per questo motivo, sarebbe stato bello magari fare, tra i militanti della Lega, una specie di primarie delle idee, coinvolgendo la base per ascoltarne le critiche, ma soprattutto i suggerimenti.
Non è utile per Romeo convocare il Congresso del partito in fretta e furia, perché, con gli stessi delegati della volta scorsa, si perde un’occasione per potersi confrontare in modo schietto e costruttivo.
Il confronto nel partito
L’obiettivo per il capogruppo al Senato non è quello di sfidare qualcuno, perché non serve creare sterili contrapposizioni o divisioni nella Lega. Il problema del consenso da riguadagnare va risolto con le proposte che arrivano dalla base, riprendendo alcune questioni colpevolmente abbandonate.
Questo congresso sarebbe utile solo se riuscisse a diventare un momento di confronto delle idee, per uscirne capendo qual è il progetto politico migliore da seguire, per poter riprendere la fiducia degli elettori.
A giudizio di Romeo, alle prossime elezioni lo scontro sarà polarizzato tra Meloni e il suo avversario o avversaria e, quindi, gli altri partiti delle due coalizioni saranno sicuramente penalizzati. Per questo motivo la Lega dovrebbe attuare una mossa politica, per dimostrare la sua riconoscibilità, con la necessità ineludibile di fare squadra.
Le battaglie storiche
Romeo chiede, se non proprio un ritorno alle origini, con la questione dell’indipendenza del Nord da riportare avanti, almeno una Lega che riparta da alcune sue battaglie storiche, peraltro ancora attuali, come quelle del fisco e della burocrazia.
Queste questioni, nel corso degli anni, si sono pure aggravate per gli interventi dell’Unione europea e perché c’è il vizio italiano di complicare le cose anziché semplificarle. Questi problemi sono sensibili per l’elettorato della Lega, perché esso rappresenta un mondo che non chiede privilegi, ma vuole essere lasciato libero di poter lavorare e di essere competitivo.
La Lega, quindi, deve attualizzare alcune battaglie storiche, mettendo in campo uno spirito di comunità, che deve venire prima delle aspirazioni personali, seppure legittime. Negli ultimi tempi i dirigenti della Lega si sono troppo imborghesiti e c’è stato scollamento con la base, perché diverse volte i personalismi hanno superato le idee. Romeo esprime la convinzione che bisogna riportare le idee davanti a quelle che sono le questioni personali.
Una Lega confederale
Romeo vuole un partito che si possa strutturare come una Confederazione, un’unica Lega che però si suddivida al suo interno in tre macroaree: Lega Nord, Lega Centro e Lega Sud. Romeo, insomma, è deciso a fare applicare alla Lega quel federalismo che sarebbe necessario allo Stato italiano, valorizzando però le specificità nelle articolazioni delle divisioni.
Solo in questo modo la Lega potrebbe essere un partito nazionale e, nello stesso tempo, conciliarsi con la sua vocazione di sindacato del territorio. Si possono valorizzare i territori senza fare contrapposizioni e lo stesso Umberto Bossi diceva sempre che la contrapposizione Nord contro Sud era semplicemente un artifizio di Roma, un “divide et impera”, per continuare a decidere e comandare su tutto direttamente dalla capitale.
Il rapporto con Meloni
Il segretario Salvini si lamenta che la premier Meloni e il suo partito Fratelli d’Italia stiano portando avanti le battaglie leghiste sul tetto agli stranieri nelle scuole, il divieto di indossare il burqa e anche l’abolizione della tassa sul bollo, ma questi fatti fanno emergere la necessità, non più rinviabile, di una Lega che sia più battagliera e, nello stesso tempo, torni anche a fare paura, spaventando un po’ il sistema in generale.
Romeo fa l’esempio della riforma dell’Autonomia differenziata, che la Lega sta portando avanti grazie soprattutto al grandissimo lavoro di Calderoli, che però rischia di essere frenato dalla centralizzazione dei fondi coesione.
Il rispetto della Premier e degli alleati non deve giungere al punto di impedire alla Lombardia la gestione di ben sette miliardi di euro in quattro anni, facendo scegliere le scelte strategiche al governo centrale.
Facendo una metafora calcistica, per Romeo la Lega, su determinati argomenti, deve essere più grintosa, ritrovando quella cattiveria agonistica che serve per cercare di portare a casa determinati risultati, come appunto quello essenziale per i territori settentrionali dell’autonomia differenziata.
La questione Vannacci
Per quanto riguarda la questione del rapporto con l’ex vicesegretario della Lega Roberto Vannacci, chiaramente, dopo la scissione, appare complicato ritrovare con lui e il suo Futuro Nazionale determinate sintonie, ma le vicende del passato tra Fini e Bossi dimostrano che in politica vale il detto “mai dire mai”.
Dunque, la questione Vannacci appare ancora aperta e non solo per i voti che il generale “si è portato via”, ma anche per la strada imboccata da Salvini. Per questo, per Romeo, è necessario raddrizzare, con urgenza, la linea politica del partito, non inseguendo più Vannacci sul suo terreno, perché non ha senso giocare a chi la dice più grossa.
Su temi importanti come sicurezza e immigrazione, per Romeo la Lega deve saper fornire risposte serie e concrete da forza autorevole di governo, senza utilizzare lo stesso becero populismo di un generale che cerca di recuperare più voti possibili a destra e sull’estrema destra.
Il problema dei consensi
Per Romeo la Lega deve tornare alla sua antica identità, perché al centro di tutte le questioni contano i numeri, che indicano una preoccupante emorragia di consensi. Ormai il dato record del 34% delle Europee del 2019 è solo un lontano ricordo e addirittura gli ultimi sondaggi stimano il partito solo al 4,7%, peraltro in costante calo a tutto vantaggio di Futuro Nazionale.
Salvini ha lanciato in politica Roberto Vannacci e questo errore Romeo e tanti altri esponenti della Lega non riescono proprio a digerirlo. Infatti, il partito appare in caduta libera con un trend che non solo preoccupa, ma spaventa, perché si perde uno 0,2% al mese.
Questo dato comporta che, se si dovesse votare a maggio, si rischia di arrivare intorno, se non addirittura sotto, al 4%. L’accusa più pesante di Romeo a Salvini è proprio la considerazione su Vannacci, che è stato annesso per recuperare un po’ di voti, nonostante i suoi discorsi spesso scarsamente condivisibili, ma poi se ne è andato, portandosi con sé armi, bagagli e soprattutto il consenso.

