Femminicidio, approvato il DDL: ergastolo per chi uccide una donna per odio, dominio o possesso


Una misura attesa da tempo. Il Senato ha approvato all’unanimità — con 161 voti favorevoli — il disegno di legge che introduce per la prima volta il reato autonomo di femminicidio nel Codice Penale.

Il testo passa ora alla Camera per l’approvazione definitiva, ma l’intesa trasversale dimostrata al Senato lascia presagire un iter rapido, forse già concluso entro il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Ergastolo per chi uccide una donna per odio o dominio

Il nuovo articolo 577-bis del Codice Penale sancisce con chiarezza:

“Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione, o come atto di controllo, possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo, è punito con la pena dell’ergastolo”.

Non si tratta solo di inasprire le pene. Si tratta di riconoscere giuridicamente ciò che socialmente è ormai sotto gli occhi di tutti: le donne muoiono perché sono donne. E questo merita un nome, un riconoscimento, una norma.

Più protezione, più prevenzione

Il DDL, composto da 14 articoli, non si limita a punire: rafforza le misure di prevenzione e tutela per le vittime, le famiglie e gli orfani di femminicidio. Tra i provvedimenti principali:

  • Ascolto della vittima entro 72 ore dalla denuncia;

  • Confisca obbligatoria dei beni dell’aggressore, destinati al Fondo per le vittime;

  • Accesso autonomo dei minori ai centri antiviolenza;

  • Formazione obbligatoria per magistrati, medici e forze dell’ordine;

  • Rafforzamento delle aggravanti per i reati di violenza domestica, sessuale o persecutoria;

  • Limiti più rigidi per i benefici penitenziari (semilibertà solo dopo i tre quarti della pena);

  • Estensione della sorveglianza speciale per stalker recidivi;

Un fondo da 10 milioni per i figli delle vittime di femminicidio

Nel disegno di legge che introduce il reato autonomo di femminicidio, una delle misure più significative — e finora troppo spesso ignorate — riguarda proprio loro: i figli delle vittime che perdono la madre, la serenità e ogni forma di normalità.

Con questa legge, l’Italia riconosce il loro dolore e la loro fragilità, non più come effetti collaterali di una tragedia, ma come soggetti titolari di diritti e di protezione.

Il testo prevede lo stanziamento di 10 milioni di euro a favore degli orfani di femminicidio, un investimento importante che punta a fornire un aiuto concreto e immediato.

La vera svolta è però l’ampliamento della platea dei beneficiari. Gli aiuti non saranno più vincolati alla presenza di un legame affettivo tra vittima e assassino.

La legge riconosce come orfani di femminicidio tutti i minori rimasti senza madre per un omicidio motivato da odio, dominio, controllo o discriminazione di genere. Anche se l’omicida era uno sconosciuto. Anche se non c’era un ex, un partner, un marito. Perché la violenza contro le donne non ha sempre le sembianze del “delitto passionale”: è un attacco alla libertà femminile in tutte le sue forme.

Tutela anche per i figli delle donne sopravvissute, ma distrutte per sempre

Altro elemento fondamentale: i benefici si estendono anche ai figli delle donne sopravvissute a tentativi di femminicidio, ma rese inabili in modo permanente a causa delle violenze subite. Donne che, pur vive, non possono più prendersi cura dei propri figli, vittime due volte: della brutalità e dell’abbandono forzato del loro ruolo di madri.

Una misura di civiltà, finalmente

Questa estensione di tutele è un atto di giustizia e responsabilità. Non basta condannare chi uccide: bisogna proteggere chi resta. Dare un futuro a chi, da un giorno all’altro, ha visto cancellata l’infanzia, la sicurezza e l’amore.

Con questa legge, l’Italia fa un passo avanti. Non solo sul piano penale, ma su quello umano. Certo questa legge nom risolverà tutto, ma segna sicuramente un cambio di passo. Per troppo tempo si è parlato di “delitti passionali”, di “gelosia”, di “momenti di follia”.

Oggi lo Stato chiama le cose con il loro nome: femminicidio. E chiamarlo per nome è il primo passo per combatterlo davvero.

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