Mentre il capo di Stato maggiore israeliano ha approvato il piano operativo nella Striscia di Gaza e 31 bambini palestinesi bisognosi di cure sono arrivati in Italia in diversi ospedali, si continua a combattere anche nei giorni agostani di questa torrida estate del 2025.
Russia e Ucraina
La Russia di Putin detta a Trump le sue condizioni per un cessate il fuoco definitivo, che includono il ritiro completo delle truppe ucraina da quattro regioni occupate e considerate annesse al territorio sovietico: Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. Mosca pretende anche il riconoscimento internazionale dell’annessione della Crimea e degli altri territori occupati nel Donbas a partire dal 2014.
Inoltre, chiede che durante l’eventuale tregua finale del conflitto cessino completamente le forniture di armi occidentali all’Ucraina e la condivisione di informazioni d’intelligence. Il memorandum russo impone ulteriori condizioni interne all’Ucraina, che però il premier Zelensky non intende assolutamente accettare.
Sudan in crisi
Ma non ci sono solamente i conflitti in Medio Oriente e in Ucraina in questo tremendo Ferragosto dell’anno 2025 dopo Cristo. La situazione politica in Sudan è estremamente instabile a causa della guerra ancora in corso tra l’esercito regolare e le RSF, vale a dire le Forze di Supporto Rapido. Il Paese africano si trova in una profonda crisi umanitaria, con milioni di sfollati interni e rifugiati nei Paesi vicini.
La comunità internazionale sta cercando di mediare per una soluzione politica, ma i combattimenti non accennano minimamente a diminuire.
Venezuela e diritti umani
Un’altra situazione difficile si vive in Venezuela, dove però, se non altro, l’attivista per i diritti umani Martha Lía Grajales è stata rilasciata dal governo di Maduro dopo sei giorni di prigione a Caracas e potrà almeno seguire il procedimento giudiziario in libertà, con i suoi familiari.
Per la revisione della misura carceraria è risultato decisivo il pressing politico internazionale. Di fronte agli appelli per il suo immediato rilascio, giunti persino dall’interno del chavismo nel Paese sudamericano, e alle forti preoccupazioni espresse da tante voci prestigiose della sinistra mondiale, Maduro evidentemente non ha voluto perdere ulteriori consensi anche in ambienti politici a lui non ostili.
Ha preso atto di non essere riuscito, in accordo con alcuni gruppi politici nazionali, a etichettare l’attivista come un’infiltrata nelle file del chavismo in stretto contatto con la leader avversaria di estrema destra, María Corina Machado.
Il dittatore Maduro controlla ancora il Venezuela, ma un gruppo numeroso di organizzazioni sociali, politiche e sindacali della sinistra critica ha organizzato un corteo da Plaza Morelos, di fronte alla sede della Defensoría del Pueblo, fino al Pubblico Ministero, per protestare contro la repressione, per la liberazione dei prigionieri politici e per salari più alti. La perdurante, pesante situazione economica penalizza le classi più deboli in modo inaccettabile.
Haiti e la crisi dimenticata
Anche ad Haiti il Ferragosto sarà caratterizzato da scontri interni. Ulrika Richardson, la coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite, ha descritto la situazione umanitaria nel Paese come estremamente difficile.
Nella conferenza stampa del 12 agosto, presso la sede delle Nazioni Unite a New York, la coordinatrice Richardson ha dichiarato che circa 1.300.000 persone siano allo stato attuale senza tetto, a causa della violenza delle bande locali che affligge la capitale, e che la metà degli sfollati risulti essere composta da bambini.
Ha poi riferito che dall’inizio dell’anno 3.000 persone siano morte in incidenti legati alle bande e che quasi due milioni di persone vivano ormai in condizioni di emergenza alimentare.
La funzionaria Onu ha raccontato storie di donne brutalmente violentate e di altre persone che hanno dovuto abbandonare i propri familiari anziani o con disabilità mentre fuggivano dalle bande. Ha anche sottolineato il deterioramento dei servizi di base e la significativa malnutrizione che affligge i bambini, che rischiano di essere reclutati da bande armate.
Richardson ha espresso “profonda frustrazione” per la mancanza di una risposta internazionale adeguata alla gravità della crisi, sottolineando che il piano di risposta umanitaria da 900 milioni di dollari è stato finanziato solo al 9%, il livello di finanziamento più basso al mondo.
India e Pakistan
L’unica buona notizia dei tanti conflitti presenti attualmente nel globo terrestre proviene dalla fine dei combattimenti tra India e Pakistan per la questione del territorio del Kashmir.
Il risultato finale della questione è ritenuto complesso, perché entrambe le nazioni rivendicano la vittoria, ma in realtà non si riesce a capire se esista un chiaro vincitore definitivo.
L’ultima guerra tra India e Pakistan non nasce solo da motivazioni strategiche o militari, ma affonda le sue radici nella polarizzazione ideologica dei due governi, nella quale il Kashmir è il terreno principale della disputa, ma certamente non l’unico. Le differenze religiose sono il motivo di distanza maggiore, soprattutto da quando l’India di Modi ha abbandonato l’approccio da Stato laico e multireligioso, per rendere l’induismo sempre più religione “di Stato”.
L’India da decenni accusa il Pakistan di finanziare il terrorismo islamico e i movimenti indipendentisti, mentre a sua volta il Pakistan considera l’India un pericolo per la sua esistenza da quando, nel 1971, intervenne nella guerra di liberazione del Bangladesh, che sarebbe poi diventato uno Stato indipendente.
Insomma, non mancano motivi di preoccupazione, nonostante la fine dei combattimenti tra le forze armate dei due Stati. Tuttavia, i diplomatici più ottimisti intendono prendere spunto dalla risoluzione di questa guerra per riuscire a fermare anche tutte le altre.


