Gli Stati Uniti, prima dell’operazione in Venezuela per catturare Maduro, hanno condotto un attacco nel Nord-Ovest della Nigeria. Bisogna evidenziare che lo hanno fatto su richiesta del governo nigeriano. La situazione attuale in Iran, invece, denota uno scenario completamente diverso, con un popolo che si sta ribellando al regime fondamentalista e dittatoriale. Purtroppo il governo iraniano sta reagendo in modo cruento alla rivolta attuale, con uccisioni di massa e minacce di ulteriori esecuzioni capitali. Solo nelle ultime ore è stata dichiarata la sospensione.
L’attacco USA in Nigeria
In Nigeria, invece, il giorno di Santo Stefano gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco potente e mortale contro i terroristi dell’ISIS nel Nord-Ovest del territorio. Questo perché si stavano uccidendo brutalmente molte persone, secondo Donald Trump principalmente di religione cristiana. Il presidente americano ha voluto enfatizzare la persecuzione dei cristiani nell’intero continente africano, per ergersi a paladino della loro difesa.
Replica del governo nigeriano
Le parole di Donald Trump, però, sono state smentite dal governo nigeriano. Ha sostenuto che i gruppi di terroristi sono pericolosi e molto armati, ma prendono di mira sia musulmani che cristiani. Le affermazioni degli Stati Uniti secondo cui i cristiani subiscono persecuzioni, in realtà, non rappresentano la situazione, che dal punto di vista della sicurezza è molto complessa in tutto il territorio. Secondo il governo nigeriano sono stati fatti grandi sforzi per salvaguardare la libertà religiosa nel Paese.
Collaborazione con gli Stati Uniti
In ogni caso il governo di Abuja ha accettato di collaborare con gli Stati Uniti per rafforzare le proprie forze contro i gruppi terroristici militanti. Anche in Italia, sulle pagine del giornale Avvenire, il missionario e giornalista padre Giulio Albanese aveva già messo in luce come questo tipo di comunicazione del presidente americano fosse indirizzata all’elettorato evangelico statunitense, con l’obiettivo di rafforzare l’immagine di Trump. Il presidente americano ci tiene ad apparire come il difensore dei valori occidentali e ha saputo sfruttare la circostanza che negli ambienti conservatori statunitensi circoli da tempo la voce di un presunto genocidio dei cristiani nigeriani, commesso da terroristi dell’ISIS.
Dibattito sul numero delle vittime
In realtà alcune organizzazioni internazionali, che si occupano di monitorare il conflitto interno alla Nigeria, hanno negato l’attestazione di un numero di vittime cristiane superiore a quello dei musulmani. Bisogna considerare come la popolazione nigeriana sia composta nel complesso da circa 240 milioni di persone, divise tra musulmani, rappresentanti di circa il 60%, residenti principalmente al Nord della nazione. I cristiani, invece, sono circa il 40% della popolazione e si trovano specialmente nella parte meridionale del Paese.
Appello di Tinubu
In un messaggio natalizio pubblicato pure su X, il social di Musk e Trump, il presidente nigeriano Bola Tinubu aveva chiesto la pace nel suo Paese tra tutti gli individui di diverse convinzioni religiose. Aveva espresso le testuali parole: “Mi impegno a fare tutto ciò che è in mio potere per sancire la libertà religiosa in Nigeria e proteggere cristiani, musulmani e tutti i nigeriani dalla violenza”.
L’operazione congiunta Nigeria–USA
Il ministro degli Esteri nigeriano Yusuf Maitama Tuggar ha dichiarato come l’attacco condotto il giorno dopo Natale sia stata un’operazione congiunta dei governi nigeriano e americano contro i terroristi. Non riguarda una religione in particolare. Tuggar ha affermato che l’operazione era stata pianificata da tempo, avvalendosi di informazioni di intelligence fornite dalla parte nigeriana. Non ha escluso la possibilità di ulteriori attacchi. Secondo il ministero degli Esteri nigeriano l’attacco è stato condotto nell’ambito della cooperazione in materia di sicurezza in corso con gli Stati Uniti. Prevede la condivisione di informazioni di intelligence e il coordinamento strategico per colpire i gruppi terroristici militanti, soprattutto nel Nord-Est del Paese.
Allarmi di Trump sul cristianesimo
Da parte sua Trump, già nel mese di ottobre, aveva iniziato ad avvertire che il cristianesimo si trovava in Nigeria nelle condizioni di subire una vera e propria minaccia esistenziale. Aveva preannunciato un intervento militarmente importante nel Paese dell’Africa occidentale. Riteneva che ci fosse una certa incapacità del governo locale di fermare la violenza contro le comunità cristiane. In effetti, gli Stati Uniti stavano conducendo voli di intelligence su ampie zone della Nigeria già dalla fine di novembre.
L’Iran: un caso differente
La situazione dell’Iran e la possibilità dell’intervento statunitense rappresenta invece, rispetto ai conflitti in Nigeria, qualcosa di completamente diverso. Richiama altre vicende del passato, che come la vicenda del Venezuela potrebbero non essere in linea con il diritto internazionale.
Storia dell’Iran
Innanzitutto bisogna considerare la storia dell’Iran, che in antichità si chiamava Persia.
È stata percorsa nel corso dei secoli antichi da imperi come gli Achemenidi e i Sasanidi, prima di essere caratterizzata dalla conquista araba nel settimo secolo dopo Cristo e dalla successiva islamizzazione. Nel sedicesimo secolo ci fu la rinascita sciita dei Safavidi e il declino delle dinastie Qajar, che culminò nel 1925 con l’ascesa dei Pahlavi.
Dal Novecento alla Rivoluzione Islamica
Il ventesimo secolo vide la modernizzazione e l’occidentalizzazione della Persia sotto gli Scià Pahlavi. Ci fu anche un grosso malcontento, che sfociò nella Rivoluzione Islamica del 1979 guidata da Khomeini, che rovesciò la monarchia e fondò l’attuale Repubblica Islamica.
La storia recente dell’Iran è quindi rappresentata dalla Rivoluzione Islamica del 1979, che trasformò la monarchia filo-occidentale guidata dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi in una Repubblica Islamica teocratica sotto la guida dell’Ayatollah Khomeini.
Guerra Iran-Iraq e consolidamento del regime
Dopo la rivoluzione, il Paese affrontò nel 1980 una lunga guerra contro l’Iraq, che finì solamente nel 1988. Questa guerra mise in campo le condizioni per consolidare ulteriormente il regime. Sviluppò una forte opposizione sia nei confronti di Israele che degli Stati Uniti, cominciando a sostenere gruppi terroristici armati come Hezbollah.
Proteste e morte di Mahsa Amini
La storia recente è caratterizzata da continue proteste popolari, come quelle del 2022, innescate dalla morte di Mahsa Amini. Contestano la repressione e le restrizioni imposte dal regime. Non si capisce però perché le piazze europee non si siano mobilitate in modo imponente e continuativo come per Gaza o altre situazioni internazionali, come la questione Ucraina.
L’inazione europea sull’Iran
Per l’Ucraina l’Unione Europea ha reagito sul piano istituzionale con strumenti concreti quali aiuti finanziari, sostegno militare, assistenza umanitaria e un coordinamento politico-strategico. Per l’Iran, invece, manca completamente un’azione politica europea all’altezza della grave rivolta che sta attraversando il Paese, e che il regime sta cercando di soffocare nel sangue.
Una repressione durissima
La repressione è totale e violenta, con migliaia di morti, arresti di massa, blackout di internet, controllo delle comunicazioni e propaganda della televisione di Stato. Il regime spegne la rete perché ha paura di non riuscire a mantenere l’ordine pubblico. Soprattutto teme il racconto della rivolta sui social.
Le donne guidano la rivolta
In Iran le donne si stanno esponendo come un soggetto politico consapevole di rischiare la vita. Mostrano una grande ostinazione, che rappresenta una frattura ormai irreversibile tra la società iraniana e il regime autocratico. Il popolo iraniano si ribella al Nizam, l’ordine costituito fondato sulla combinazione di violenza fisica e disinformazione sistematica.
Crisi del regime
Questo potere dispotico non vuole il dialogo ma continuare il pugno di ferro. Sembra esserci però ormai una crisi nel regime, perché oltre alla rivolta interna deve fronteggiare anche gli attacchi israeliani e statunitensi. Il regime assolutistico dell’Iran è entrato in una fase di decadenza. Non sembra più invincibile, perché non riesce a garantire come negli anni passati sicurezza e benessere.
Assenza di leadership alternativa
La stessa credibilità della guida teocratica sta crollando agli occhi dei civili.
Resta però il problema, nei rivoltosi, della mancanza di una leadership alternativa riconosciuta. La repressione cruenta del regime per decenni ha impedito la formazione di una classe dirigente capace di organizzare il dissenso. Un grosso ruolo lo sta svolgendo l’opposizione in esilio, che però è troppo frammentata e divisiva. Questo rende il percorso ancora molto difficile e incerto.
Il cambiamento deve nascere dal basso
Ma per ottenere la libertà del popolo iraniano non si possono aspettare i calcoli della geopolitica o gli interventi esterni di Israele e Stati Uniti. Deve nascere e maturare dal basso, nel ventre del Paese persiano. Anche l’Europa deve partecipare al possibile cambiamento iraniano e, per recuperare credibilità internazionale, deve farsi sentire non solo attraverso l’operato dei suoi governi e della stessa Unione Europea, ma anche con le libere espressioni della società civile.
Il ruolo della società civile internazionale
Si avverte l’esigenza di organizzare manifestazioni pubbliche, per il sostegno ai media indipendenti, la protezione per i perseguitati del regime e, soprattutto, quella di mettere pressione internazionale allo scopo di fermare le continue violazioni dei diritti umani sul territorio iraniano. Un fatto che dovrebbe essere assolutamente inaccettabile per tutti gli Stati democratici del mondo.


