Dall’acqua allo schermo: riconoscersi senza essersi mai vista prima


L’interpretazione “corale” del mito Narciso ed Eco prevede che il focus non riguardi la dimensione intima e personale del personaggio, dunque la deriva emotiva illustrata precedentemente, bensì una deriva che, rapportata ai nostri giorni, invade non solo la sfera del privato, ma anche quella della collettività.

E se la fonte fosse assimilabile ad uno schermo?

La fonte in cui Narciso è condannato a specchiarsi gli restituisce un’immagine che lo rapisce e lo tiene legato a sé e che, nonostante gli mostri la verità della sua figura, non gli parla di sé. Il mito dell’uomo che, proiettata la sua immagine, non si riconosce, ben si collega ad una delle tematiche più attuali dei nostri giorni: il rapporto alienante che l’individuo istaura con sé stesso nel momento in cui si presenta al mondo attraverso il filtro dello schermo.

In un momento in cui social, televisori, computer e cellulari dettano le regole del vivere e dei rapporti sociali, è giusto chiedersi quale sia il ruolo che ancora ci spetta, nonché quanta parte di noi ancora sopravvive di ciò che viene mostrato online.

È sempre più chiaro ormai che l’individuo cambi o pensi di cambiare la propria immagine per adeguarla a standard che non gli appartengono, essendo dettate da dinamiche sociali che non lo vogliono vero, bensì perfetto.

Una definizione di sé: abbandonare l’uomo per essere eroi

Quello della perfezione, del resto, è da sempre un concetto che l’uomo tenta disperatamente di rendere proprio, ma che non gli appartiene affatto. Il termine deriva dal latino perfectus voce del participio perfetto di perficere che assume l’accezione di “compiuto”; dunque, l’aggettivo fa riferimento ad uno stato di completezza in cui chi vi si ritrova non manca più di nulla. Questo concetto negli anni ha ispirato poeti e filosofi che hanno reso la perfezione obiettivo fondamentale della loro esistenza.

È così che, in tempi decisamente distanti e diversi dal mondo contemporaneo, è nata la figura dell’eroe che per natura definisce un essere che, seppure restando in parte umano, partecipa di caratteristiche divine che lo collocano ad un livello superiore rispetto al solo uomo, o per meglio dire a quello che nell’età decadentista della nostra letteratura era opposto al superuomo, ossia l’inetto.

L’idea arriva così fino a noi tramutandosi in un’immagine falsata di sé che l’individuo propone al mondo. L’immagine si presenta menzognera perché nella maggior parte dei casi presenta una versione di vita che non coincide con la realtà. E se partiamo dall’assunto che il comportamento di una società rappresenta l’immagine della collettività che la vive, la domanda che sorge spontanea è che cosa questa pratica racconta di noi?

Dall’eroe alla macchina

Questa tendenza non può che raccontare della fragilità di individui che non sono in grado di riconoscersi nelle caratteristiche che gli sono proprie e che dunque si vedono costretti a proiettarsi al di là di tutto ciò che veramente gli appartiene: la dimensione dell’umano, della limitatezza e dell’incompiutezza.

L’ultimo approdo di questa pericolosissima tendenza sembra essere quella di assimilare l’uomo non più all’eroe, ma ad un concetto che sembra essere più al passo con i tempi: la macchina. Assenza di fragilità e di errori, sostituiti da compiutezza, rapidità di calcolo e di ricerca, onniscienza e giovinezza eterna, sono ormai i nuovi standard a cui tentiamo di uniformarci.

A questo punto resta solo un’ultima domanda a cui rispondere: siamo veramente disposti a cedere una parte di noi, quella delle emozioni, delle effimere sensazioni, e dell’errore (che non è nulla di più di un semplice girovagare alla ricerca di sé) per divenire freddi involucri di un cuore (anzi di un intelletto) che non è più in grado di provare emozioni?

 

 

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