L’inizio della fine


Quello che è accaduto a New York è una semplice vittoria di un socialista o l’inizio della fine della politica di Trump?
Zohran Mamdani è il candidato del Partito Democratico che ha vinto le elezioni per il sindaco di New York ed entrerà in carica il prossimo 1° gennaio per un mandato di quattro anni. Mamdani ha soli trentaquattro anni e diventerà il sindaco più giovane da oltre un secolo, oltre che il primo musulmano della città americana più iconica.

Le sue posizioni sono molto progressiste, e già il fatto di definirsi socialista è piuttosto inusuale negli Stati Uniti. Il prossimo sindaco di New York, infatti, fa parte del Partito Democratico ma anche dei DSA, i Socialisti Democratici d’America, come peraltro la nota deputata Alexandria Ocasio-Cortez, sua concittadina.

Da settimane Mamdani era il favorito nei sondaggi e la sua vittoria era attesa, contro Andrew Cuomo, che come lui fa parte del Partito Democratico ma si era candidato da indipendente dopo aver perso le primarie. Il candidato del Partito Repubblicano, Curtis Sliwa, ha preso appena il 7,1 per cento, mentre il sindaco uscente, Adams, ha ottenuto solo circa seimila voti, una percentuale da prefisso telefonico.

Secondo i dati ufficiali del Board of Elections della città di New York, Zohran Mamdani è stato eletto sindaco con il 50,39% dei voti, pari a 1.036.051 preferenze. Andrew Cuomo si è fermato al 41,59% con 854.995 preferenze, mentre il candidato repubblicano Curtis A. Sliwa ha ottenuto il 7,11% e l’ex sindaco Eric Adams lo 0,31%.

Un nuovo volto per la sinistra americana

È stata un’elezione alla quale hanno partecipato più del doppio degli elettori rispetto alla precedente: oltre due milioni di persone. Mamdani è stato il primo candidato in più di mezzo secolo a superare il milione di voti; prima di lui ci riuscì John Lindsay nel 1969.

Mamdani ha tenuto quello che gli statunitensi definiscono il “discorso della vittoria” da Brooklyn, promettendo giorni migliori per i lavoratori di New York e definendo l’elezione come un momento raro nella storia, in cui si passa dal vecchio al nuovo. Ha detto di sapere di essere giovane, musulmano e socialista democratico, ma di non avere alcuna intenzione di scusarsi per questo.

Nel discorso si è spesso riferito alle minoranze e agli immigrati, che sono stati al centro della sua campagna e che rappresentano una parte importante dei suoi sostenitori.

La campagna elettorale e le proposte

Fino a circa un anno fa Mamdani era sostanzialmente sconosciuto, ma ha saputo farsi notare grazie a un’ottima comunicazione sui social media e a una campagna elettorale incentrata sul problema del crescente costo della vita a New York, diventato insostenibile per molti abitanti.

Tra le sue proposte vi sono la gratuità degli autobus — non potendo intervenire sulla metropolitana, gestita dallo Stato federale — e degli asili nido e scuole per l’infanzia per i bambini fino a cinque anni. Inoltre, intende creare supermercati gestiti dal comune per ottenere prezzi più bassi sui prodotti alimentari e promette di bloccare per quattro anni il prezzo degli affitti calmierati nelle abitazioni della città.

Cuomo, Trump e le reazioni

Mamdani ha sconfitto Cuomo, un politico molto esperto che era stato governatore dello Stato di New York dal 2011 al 2021, quando fu costretto alle dimissioni perché accusato di molestie sessuali. In seguito, questi procedimenti sono stati archiviati e Cuomo non ha smesso di fare politica.

Negli ultimi giorni di campagna elettorale, Cuomo aveva ricevuto l’appoggio sia del sindaco uscente Eric Adams, candidato rinunciatario dei Democratici e coinvolto in vari scandali, sia del presidente Donald Trump e di altre figure influenti come Elon Musk.

Sliwa, invece, non aveva reali possibilità di vittoria, dato che New York è da anni una città che vota in netta prevalenza per il Partito Democratico.

Dal 2021 Mamdani è deputato per lo Stato di New York, ma non ha altra esperienza politica. I critici lo accusano di non avere le competenze necessarie per svolgere in modo credibile un lavoro estremamente complesso come quello di sindaco di New York, una città con un bilancio annuale di 112 miliardi di dollari e oltre trecentomila dipendenti comunali.

Lo scontro con Trump

In questi giorni Trump ha più volte criticato la candidatura di Mamdani, descrivendolo come un politico estremista, sovversivo e comunista, e ha cercato di influenzare l’esito del voto minacciando persino di ridurre i fondi federali destinati a New York. Ma evidentemente è stato tutto inutile.

Il presidente degli Stati Uniti, una volta conosciuto l’esito dell’elezione, ha spiegato che era stata la sua assenza dalle schede a deprimere il voto repubblicano, unita allo shutdown. Trump ha cercato di leggere la sconfitta non come una bocciatura del suo movimento, ma come una punizione legata a questo blocco delle attività federali, che a suo dire sarebbe colpa dei politici democratici, “kamikaze che vogliono distruggere il Paese americano”.

Trump ha dichiarato le testuali parole:

“La gente comincerà a lasciare New York, fuggiranno dal regime comunista. Vediamo che cosa fa un comunista a New York”.

Il colpo che più ha irritato Trump è arrivato dallo stesso Mamdani nel suo discorso di vittoria, quando il neo-sindaco si è rivolto direttamente al presidente dicendo:

“So che stai guardando. Allora alza il volume”.

Trump ha risposto sui social con un minaccioso “…and so it begins!”, evocando uno scontro frontale, e si è anche rifiutato di fare la tradizionale telefonata di congratulazioni.

Il giorno del voto Trump aveva accusato Mamdani di essere un “odiatore degli ebrei” e aveva definito “stupidi” gli elettori ebrei che lo avessero sostenuto. Il sostegno del presidente ad Andrew Cuomo, l’ex governatore sconfitto da Mamdani alle primarie e ricandidatosi poi come indipendente, è stato definito dall’ex sindaco Bill de Blasio come il “kiss of death”, il bacio della morte.

La strategia repubblicana

In realtà le pesanti critiche contro il giovane neo-sindaco di New York nascondono il disegno, sia di Trump che dell’intero Partito Repubblicano, di prepararsi alla lotta con i Democratici utilizzando lo spauracchio dell’alfiere della sinistra radicale nei distretti in bilico del Paese, in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo anno.

I consulenti vicini a Trump sono infatti convinti della necessità di far capire all’America cosa succede quando governa l’estrema sinistra, rispetto alla situazione attuale.

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