L’8 e 9 giugno, in concomitanza con i ballottaggi delle elezioni amministrative, è prevista la consultazione referendaria su cittadinanza e lavoro. Oltre al dimezzamento degli anni, da dieci a cinque, per ottenere la cittadinanza italiana, gli elettori sono chiamati ad esprimersi su quattro quesiti sul lavoro, che riguardano contratti precari, subappalti e licenziamenti, cancellando in quest’ultimo caso alcune norme del Jobs Act, voluto dal governo di Matteo Renzi.
Il nodo del quorum
La validità dei referendum abrogativi è legata alla partecipazione della metà degli elettori aventi diritto di voto, vale a dire è necessario il cosiddetto raggiungimento del quorum. Insomma, per i referendum abrogativi la domanda non è tanto se gli italiani siano favorevoli o contrari ai quesiti, ma se si recheranno o meno alle urne.
Sondaggi poco incoraggianti
Gli ultimi sondaggi sul tema sono piuttosto pessimistici. L’ultimo, del 16 maggio, effettuato dall’istituto Demopolis, rileva che solo il 46% degli intervistati dichiara di essere a conoscenza dei referendum. C’è poi un altro dato preoccupante: il 19% dell’elettorato sa che ci sarà una consultazione referendaria, ma non ha idea su che cosa si voti. Il dato più negativo riguarda il 35%, che non ha sentito parlare minimamente della votazione. Solo il 30% degli italiani dichiara che andrà a votare certamente. La stima sull’affluenza, secondo l’ultimo sondaggio, oscillerebbe tra il 31% e il 39%, con un possibile aumento solo se decidesse di andare alle urne una percentuale di indecisi che comunque non dovrebbe superare il 15%.
Le posizioni dei partiti
Nella maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni, tutte le forze politiche sono contrarie al merito dei quesiti, promossi dalla CGIL e in parte da Più Europa. Prevale addirittura la linea dell’astensione, per far fallire il raggiungimento del quorum. Il PD, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sono invece mobilitati per la partecipazione al voto e per il Sì ai quesiti, con l’eccezione degli ex grillini che, sul referendum sulla cittadinanza, hanno lasciato libertà di voto, pur propendendo più per il No.
Il quarto quesito: salute e sicurezza sul lavoro
Nel dettaglio dei quesiti referendari, fa discutere soprattutto il quarto, che interviene in materia di salute e sicurezza sul lavoro e riguarda il cosiddetto Testo Unico del 2008. Si chiede, con l’abrogazione, di modificare le norme attuali che impediscono, in caso di infortunio negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. Per i promotori, abrogare le norme in essere ed estendere la responsabilità dell’imprenditore committente significa garantire maggiore sicurezza sul lavoro. Alcuni esperti, però, temono la reintroduzione della legge precedente, giudicata perfino peggiore di quella attuale.
Costi sociali e responsabilità
La problematica del quarto quesito riguarda anche i costi sociali degli incidenti sul lavoro, che ricadono sempre sui lavoratori, spesso impiegati in ditte in appalto o subappalto. Sarebbe giusto che l’ordinamento riconoscesse la possibilità di agire anche nei confronti del committente, che dovrebbe rispondere in solido insieme all’appaltatore per i crediti retributivi e previdenziali dei lavoratori. Oltre a ciò, il committente deve rispondere anche per i danni da infortunio o malattia professionale non coperti da INAIL o IPSEMA. Tuttavia, la normativa attuale esclude questa responsabilità nei casi in cui il danno sia riconducibile a “rischi specifici” propri dell’attività delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.
Un tentativo di rafforzare la tutela
Il quarto quesito mira ad abrogare proprio questa esclusione, rafforzando il principio di tutela del lavoratore anche in presenza di appalti formalmente regolari ma concretamente rischiosi. Nel sistema degli appalti, la distinzione tra rischi specifici e rischi interferenziali è cruciale, ma nella pratica i confini sono incerti. La clausola di esclusione finisce per indebolire la responsabilità del committente anche dove un controllo più attento avrebbe potuto prevenire il danno. L’abrogazione proposta mira a riaffermare una logica di responsabilizzazione del committente, non solo in termini di sicurezza, ma anche nella scelta delle imprese a cui affida attività.
Una rete di sicurezza per i lavoratori
L’idea che il committente debba rispondere, insieme all’appaltatore, dei danni subiti dal lavoratore anche in assenza di colpa diretta può sembrare ingiusta, ma non lo è. A maggior ragione se si estende la responsabilità anche a casi come i lavori condominiali. La responsabilità solidale, tuttavia, non è una sanzione, ma uno strumento di tutela della parte debole del contratto: il lavoratore, che non ha alcun potere decisionale né sulla scelta dell’appaltatore né sull’organizzazione dell’appalto.
Più tutela e più selezione
Attualmente, il lavoratore subisce il danno – infortunio o malattia professionale – senza avere avuto alcun controllo su ciò che lo ha causato. Prevedere la possibilità di rivalersi anche sul committente garantirebbe che almeno uno dei soggetti beneficiari del suo lavoro possa essere chiamato a rispondere. In questo modo, i fautori del Sì offrono una rete di sicurezza ai lavoratori. La responsabilità solidale rappresenta anche un incentivo alla selezione di imprese affidabili, scoraggiando l’uso opportunistico dell’appalto come strumento di risparmio. Se il quarto quesito venisse approvato, verrebbe abrogata la parte dell’articolo 26 del Decreto Legislativo 81/2008 che oggi esclude la responsabilità del committente per i danni derivanti da “rischi specifici” dell’appaltatore o subappaltatore. Ciò significherebbe che, anche in presenza di rischi legati all’attività tipica dell’impresa appaltatrice, il committente potrebbe rispondere dei danni non coperti dall’INAIL. Non si tratterebbe di attribuire una colpa automatica, ma di riconoscere al committente un ruolo attivo di presidio e vigilanza. Per i lavoratori, questo si tradurrebbe in maggiore tutela, soprattutto nei casi in cui l’appaltatore si riveli inadempiente o insolvente.


