Terzium non datur: Elon Musk e la sfida al bipolarismo politico americano


L’esperienza di Elon Musk al governo di Donald Trump negli Stati Uniti è durata pochi mesi, e adesso, dopo i forti contrasti con il presidente, il miliardario di origine sudafricana ha fondato un partito che potrebbe creare problemi.

Non è la prima volta che sul palcoscenico della politica americana si affaccia una formazione politica che intende sfidare le due tradizionali, repubblicana e democratica. Infatti, il primo è stato Roosevelt, ma soprattutto il miliardario Ross Perot ha provato seriamente a far uscire gli Stati Uniti dal suo tradizionale bipolarismo.

Un’impresa apparentemente impossibile

Ora c’è curiosità sull’operazione di Musk, per capire se riuscirà nell’impresa fallita da parte di tutti gli altri che ci hanno provato. Elon Musk ama le imprese impossibili, come quella annunciata da tempo di rendere Marte un pianeta colonia, ma conquistare i voti dell’elettorato americano con il suo partito potrebbe essere perfino più complicato.

Infatti, la storia ha sempre condannato al fallimento tutti gli esperimenti politici che abbiano provato a rompere lo schema bipolare statunitense, anche se nessuno aveva la potenza economica dell’appena fondato “America Party” di Elon Musk.

Il peso economico e i precedenti storici

L’uomo attualmente più ricco del mondo ha annunciato di puntare, con la sua nuova formazione politica, a recuperare l’80% di voti “nel mezzo”, vale a dire nell’elettorato centrista, che di volta in volta sceglie il candidato che ritiene più affidabile.

Ma per molti esperti di politica americana il suo proponimento appare un sogno irrealizzabile, in considerazione soprattutto dei precedenti storici. Il fatto che il magnate Musk possa contare su un capitale immenso, economico e reputazionale, non lo metterebbe comunque in condizione di essere decisivo nella particolare struttura istituzionale statunitense.

Ross Perot, un esempio emblematico

Illustri aspiranti presidenti in passato si sono dovuti arrendere allo schema bipolare, perché non sono riusciti a inserirsi nello spazio lasciato libero da democratici e repubblicani.

Ad esempio, il già citato miliardario Ross Perot nel 1992 ottenne solo quasi il 19% del voto popolare, arrivando secondo in due Stati, senza riuscire a conquistare nella corsa alla Casa Bianca nessun grande elettore.

In realtà, Elon Musk potrebbe puntare semplicemente a creare condizioni di confusione politica, diventando un “agente del caos”, per favorire, con la sua forza economica e con il suo notevole peso comunicazionale, uno dei due candidati dei tradizionali partiti democratico e repubblicano.

Quando i terzi disturbano l’equilibrio

Lo stesso Ross Perot sfruttò ad un certo punto la sua influenza economica per orientare il suo elettorato a favore di Bill Clinton, riuscendo a essere determinante con i suoi 19 milioni e 643 mila voti per la sconfitta del repubblicano George Bush.

Il miliardario Perot riprovò anche nelle elezioni presidenziali del 1996 e ottenne comunque un ragguardevole 8,4% con il suo Reform Party.

Successivamente, nel 2000 ci ha provato il frontman del Partito dei Verdi, Ralph Nader, che ebbe un ruolo importante in quella complessa tornata elettorale presidenziale, perché terminò con un clamoroso testa a testa, davvero all’ultimo voto, tra Bush junior e Al Gore. I suoi voti penalizzarono pesantemente il candidato democratico.

I tentativi nel Novecento: Roosevelt e il partito progressista

I primi concreti tentativi di creare un terzo partito negli Stati Uniti ci furono già all’inizio del Novecento, quando, dopo essere stato alla Casa Bianca dal 1901 al 1908, Theodore Roosevelt non si arrese alla sconfitta nelle primarie del Partito Repubblicano e decise di scendere lo stesso in campo attraverso la formazione di una nuova entità politica, che scelse di chiamare Partito Progressista.

Fu singolare che nel 1912 Roosevelt si trovò così ad affrontare William Taft, che lui stesso aveva scelto come suo successore, ma non andò benissimo, perché la corsa presidenziale fu vinta dal democratico Woodrow Wilson.

Roosevelt resta comunque il candidato di un terzo partito che ha ottenuto il più grande risultato elettorale nella particolare storia politica americana. Infatti, dopo oltre un secolo, nessun candidato è mai riuscito più a raggiungere il suo considerevole 27% di preferenze, partendo assolutamente da outsider o “terzo incomodo”, che dir si voglia.

Bloomberg e le delusioni recenti

L’ex presidente Roosevelt è stato l’unico addirittura a riuscire a conquistare otto grandi elettori, togliendosi la grande soddisfazione di mettere il simbolo del suo partito, l’alce toro, definita Bull Moose, tra l’elefante repubblicano e l’asino, simbolo dei democratici.

Negli anni Duemila un altro personaggio molto conosciuto, come il miliardario Michael Bloomberg, ha provato la scalata al trono presidenziale di Washington come candidato indipendente, ma dopo la vittoria di Hillary Clinton nelle primarie decise di ritirarsi, facendo un passo indietro nella sfida contro Trump, che vinse le presidenziali del 2016.

Terzi partiti al palo

Probabilmente Bloomberg decise di desistere, perché in tempi recenti tutti quei piccoli partiti che hanno provato a rompere lo schema bipolare americano hanno raccolto sempre percentuali risibili.

In effetti, nelle ultime elezioni presidenziali tutti i “third parties” statunitensi sono riusciti a raccogliere nel loro complesso solamente 2.159.049 voti.

Si tratta di percentuali da prefissi telefonici: basti pensare come Jill Stein, la candidata del Green Party, il Partito Verde americano, nella competizione vinta clamorosamente da Trump, si sia piazzata terza assoluta alle spalle di Kamala Harris, con un misero 0,4%, pari a circa 640.000 voti.

Libertari e Musk: profezie e sfide future

Il Partito dei Libertari, che nel 2016 era riuscito comunque a sfiorare un dignitoso 4%, puntava alla crescita, ma alla fine ha dovuto dare ragione a Trump che, a maggio 2024, aveva detto le testuali parole: “Voi libertari vincerete solo se sosterrete la mia campagna, altrimenti potete continuare al massimo ad ottenere il 3% ogni quattro anni”.

Qualche esponente repubblicano ha rivelato come il presidente abbia fatto una predizione simile anche nei confronti dell’ex amico e suo ministro Elon Musk.

Dopo i fortissimi contrasti e le parole grosse volate tra i due personaggi, è difficile però credere che il magnate sudafricano si sia fatto convincere a desistere dai suoi bellicosi proponimenti, perché il miliardario intende essere determinante, prima alle elezioni del Congresso di medio termine, e poi a quelle della Casa Bianca nel 2028.

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