Ci sono personaggi che trascendono la narrazione televisiva per diventare vere e proprie icone, e Ciro Di Marzio di “Gomorra” è senza dubbio uno di questi. Interpretato magistralmente da Marco D’Amore, Ciro non è un semplice “malavitoso”, ma un’anima tormentata, un simbolo di ascesa e caduta, di tradimento e lealtà. Il soprannome “L’Immortale” non è solo un epiteto, ma la chiave per comprendere la sua essenza.
La sua storia, segnata da un’infanzia traumatica in una Napoli post-terremoto, lo ha forgiato in un uomo spietato ma al tempo stesso capace di una sua, distorta, moralità. Lo abbiamo visto risorgere più volte dalle sue ceneri, sopravvivere a scontri a fuoco, a tradimenti e a perdite devastanti, come quella della sua famiglia. Ogni volta che la sua fine sembrava certa, Ciro è tornato, più forte e più solo di prima.
Il film “L’Immortale”, diretto dallo stesso Marco D’Amore, ha permesso ai fan di immergersi ancora di più nel suo passato e di capire come sia riuscito a sopravvivere al colpo di pistola che sembrava averlo ucciso nel finale della terza stagione di “Gomorra”. Il suo ritorno ha generato un’ondata di entusiasmo e ha confermato quanto Ciro Di Marzio sia un personaggio complesso, affascinante e, in un certo senso, tragico. La sua “immortalità” non è un dono, ma una condanna a non trovare mai pace, costretto a vivere in un mondo di violenza e inganni.


