Detti napoletani: “Mò vene Natale”, la filastrocca che racconta ironia e tradizione partenopea


A Napoli, non è Natale senza una tombolata in famiglia e il canto di una filastrocca che unisce generazioni: “Mò vene Natale nun tengo denare, me fummo na pippa e me vaco a cuccà”. Sono queste le parole che, con leggerezza e semplicità, accompagnano da secoli i momenti conviviali delle feste, diventando quasi un rituale collettivo.

Mò vene Natale, un’antica tradizione popolare

Questi versi appartengono a una filastrocca antica, tramandata oralmente e senza un autore noto. Il loro fascino risiede nella capacità di mescolare il buonumore con un pizzico di realismo: il Natale, per chi non ha denaro, non può che essere vissuto con sobrietà, magari rifugiandosi nella compagnia degli affetti più cari.

La melodia, resa celebre dal maestro Renato Carosone, ha trovato una nuova vita nella versione in cui la seconda parte recita: “me leggio ‘o giurnale e me vado ‘a cuccà”, trasformando una filastrocca popolare in una canzone dal sapore universale, che racconta l’attesa e l’essenza delle festività con spirito disincantato.

Lo spirito napoletano: tra semplicità e gioia

La filastrocca continua con altri versi significativi: “Quann’è stanotte che sparan ‘e botte me metto ‘o cappotto e vaco a verè”. Qui emerge una delle caratteristiche più peculiari del popolo napoletano: anche quando mancano le risorse, resta il desiderio di partecipare, osservare e condividere l’atmosfera di festa, seppur con pochi mezzi. La vita viene vissuta con leggerezza e una sorta di resilienza, celebrando il Natale nella sua essenza più pura.

Questo piccolo canto, intonato tra una risata e una giocata a tombola, è un perfetto esempio di come Napoli sappia trasformare ogni occasione in un momento di comunità e di festa. Non importa quanto si abbia a disposizione: ciò che conta è lo stare insieme, il calore familiare e l’immancabile ironia che rende unico il Natale napoletano.

Così, tra le strade illuminate e i presepi che adornano la città, riecheggia ancora una volta il ritornello di questa filastrocca, memoria viva di una tradizione che resiste al tempo, ricordando a tutti che il vero spirito delle feste non è nelle cose materiali, ma nella capacità di trovare gioia anche nelle piccole cose.

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