Esistono sportivi che segnano un’epoca e poi esiste Gianluigi Buffon, l’uomo che le epoche le ha attraversate tutte, restando sempre, ostinatamente, il migliore. Quando nell’agosto del 2023 ha deciso di sfilarsi i guantoni per l’ultima volta a 45 anni, non si è chiuso solo un capitolo del calcio italiano: si è fermata la storia di un intero ruolo.
La storia di “Gigi” inizia in un pomeriggio di novembre del 1995, quando un diciassettenne sfrontato si presentò al mondo negando il gol al Milan degli invincibili. Da quel debutto con il Parma, la parabola di Buffon è stata una collezione di miracoli. Dalla Coppa UEFA vinta con i ducali al record di 10 scudetti con la Juventus, passando per la breve parentesi al PSG e il romantico ritorno alle origini.
Buffon non è stato solo parate spettacolari; è stato la personificazione della resilienza. È sceso in Serie B da Campione del Mondo nel 2006, dimostrando che la fedeltà alla maglia vale più di qualsiasi contratto faraonico.
Il muro di Berlino e l’urlo del 2006
L’apice del suo mito resterà per sempre quella notte all’Olympiastadion. Quel riflesso sulla zuccata di Zidane non fu solo una parata, fu l’atto di forza con cui l’Italia si riprese il mondo. In quel Mondiale, Gigi subì solo due reti: un autogol e un rigore. In porta, semplicemente, non si passava.
Oggi, nel suo nuovo ruolo di Capo Delegazione della Nazionale, Buffon continua a trasmettere quella “fame” ai giovani portieri che sognano di emularlo. Ma la verità è che il calcio, dopo di lui, si è scoperto più nudo. È finita l’era del portiere che comandava la difesa con un solo sguardo, dell’uomo capace di superare attacchi di panico e infortuni per tornare, ogni volta, a volare verso l’incrocio dei pali.


