Nel 1990, il regista Neri Parenti firmava un piccolo grande classico della risata italiana: “Le comiche”. Il film segnò l’inizio di una fortunata trilogia basata su un’idea tanto semplice quanto efficace: riportare in vita la comicità slapstick del cinema muto attraverso due giganti come Paolo Villaggio e Renato Pozzetto.
Dallo schermo alla realtà (e ritorno)
Il film gioca con il metacinema fin dal prologo: i due protagonisti “bucano” lo schermo di una sala cinematografica per sfuggire a un treno in corsa, catapultandosi nel mondo reale. Inizia così una serie di avventure episodiche che vedono la coppia cimentarsi nei mestieri più disparati, con esiti regolarmente catastrofici:
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Imbianchini pasticcioni: Alle prese con il restauro di una chiesa, finiscono per tormentare una coppia di sposi (tra cui spicca Enzo Cannavale nei panni del prete) e distruggere mosaici preziosi.
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Benzinai improvvisati: In una stazione di servizio riescono nell’impresa di aspirare una cliente con un aspirapolvere troppo potente e dare fuoco al gestore.
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Venditori e Becchini: Tra dimostrazioni di aspirapolvere finite nel caos in un hotel del Trentino (con tanto di “incidente” sciistico a un finto Papa) e funerali gestiti con imbarazzante goffaggine, il disastro è sempre assicurato.
Un finale “travolgente”
Dopo uno scambio di persona con due boss mafiosi che scatena una caccia all’uomo senza tregua, Paolo e Renato decidono che il mondo reale è troppo pericoloso. Nell’epilogo, inseguiti da tutti i personaggi vittima dei loro guai, cercano rifugio tornando dentro lo schermo del cinema. Questa volta, però, la finzione non li risparmia: il treno del film li investe davvero, travolgendo la sala cinematografica in un gran finale surreale.
“Le comiche” resta ancora oggi una celebrazione della fisicità e del nonsense, dove la coppia Villaggio-Pozzetto dimostra una chimica perfetta, trasformando ogni gesto quotidiano in una gag indimenticabile.


