Il calcio è fatto di momenti, di centimetri e, troppo spesso, di leggi non scritte. Quella del “grande ex” è la più crudele di tutte, e ieri al Pier Luigi Penzo si è abbattuta con la forza di un uragano sulla Juve Stabia. La sconfitta per 3-1 contro il Venezia non è solo un risultato negativo da mettere a referto; è la fotografia di una squadra che, pur restando viva e generosa per lunghi tratti, ha mostrato crepe strutturali che la pressione dei lagunari ha trasformato in voragini.
La sindrome del “penultimo minuto”
C’è un paradosso che grida vendetta nella prova delle Vespe. La squadra di Abate era riuscita nell’impresa più difficile: rimettere in piedi una gara nata male (l’autogol di Giorgini) grazie alla zampata di Carissoni proprio allo scadere del primo tempo. In quel momento, l’inerzia psicologica doveva pendere dalla parte gialloblù. Invece, l’incapacità di gestire il recupero e la fuga di Yeboah hanno permesso ad Adorante di colpire a freddo. Subire il 2-1 a pochi secondi dal riposo è stato il vero punto di rottura, un errore di maturità che a questi livelli si paga carissimo.
Il muro solitario di Confente
Se il passivo non è stato più pesante, il merito va interamente a Confente. La sua prestazione è stata eroica, quasi commovente: il rigore parato ad Adorante e i miracoli su Sverko avevano dato l’illusione che l’impresa fosse ancora possibile. Ma un portiere, per quanto in stato di grazia, non può vincere le partite da solo se davanti a lui il pacchetto arretrato soffre costantemente le imbarcate. Bellich e Diakite sono apparsi spesso in balia delle punte arancioneroverdi, incapaci di accorciare e di leggere le traiettorie che piovevano dalle fasce.
Attacco: segnali di vita e cali di tensione
Le note positive arrivano dai movimenti di Okoro, una spina nel fianco per tutto il primo tempo, e dall’impatto di Dos Santos, che nel finale ha sfiorato il gol che avrebbe potuto riaprire tutto. Ma il calo alla distanza di molti interpreti (Cacciamani e Correia su tutti) Quando il Venezia ha alzato il ritmo, la mediana è evaporata, lasciando la difesa scoperta e l’attacco isolato.
Verdetto finale
La Juve Stabia esce dal Penzo con la consapevolezza di poter giocare a calcio, ma con il monito che la “generosità” da sola non porta punti salvezza. Per competere con le corazzate della categoria serve più cinismo, più attenzione nei finali di tempo e, soprattutto, una solidità difensiva che si è vista raramente. Il campionato non aspetta: serve ritrovare compattezza, perché i “miracoli” di Confente non potranno bastare sempre.


