Al mondo si sa che ogni cosa ha un suo costo: amare, morire, gioire e lo stesso vivere costa tantissimo, oltre che in termini puramente numerici, costa in termini di sacrifici, sforzi e opportunità. Ma se il solo vivere di per sé costa tantissimo, vivere di bellezza costa ancora di più.
La bellezza, del resto, essendo un valore assolutamente soggettivo, è vaga addirittura nella sua stessa definizione: che cos’è bello? una macchina? una casa? una persona? un sogno? un sentimento?
Probabilmente non esisterà mai una risposta univoca per il semplice fatto che tutte queste cose sono belle contemporaneamente ed in modi diversi. È pur certo che si tratta di bellezze incomparabili: effimere, transitorie, intrinseche, eterne, vere.
Il bello come motore dell’azione
Tuttavia, se al mondo davvero esiste qualcosa in grado di smuovere la gente spingendola a compiere viaggi, a scegliere un’opzione piuttosto che un’altra, e a mettersi in discussione, questa cosa è indubbiamente il bello: to kalòn, come dicevano i greci.
Essi, rendendosi conto dell’inafferrabilità del soggetto in questione, non trovarono altro modo per definirlo se non tramite un’espediente linguistico che si è rivelato essere perfettamente congruente con il suo significato: prendere l’aggettivo (astratto, generale, effimero) e renderlo concreto attraverso l’impiego dell’articolo. E il genere?
Nessun genere, nessuna specificazione, nessuna perifrasi, in poche parole: nessun impiego di elementi accessori che non servono a definirla in quanto tale: la bellezza.
Innumerevoli sono gli esempi di quanti hanno scelto di consacrare la propria vita alla bellezza scegliendo cammini incerti, spinosi, competitivi e crudeli: cantanti, artisti, ballerini, attori e scrittori ogni giorno, da secoli, la celebrano attraverso la loro arte.
Vivere di bellezza: una relazione tossica
Ma essa non è un’amica fedele presso cui tornare, bensì una padrona, assume i tratti di una “relazione tossica”. Comprendere la bellezza implica inevitabilmente divenire, seppur minimamente, parte di qualcosa che non ci apparterrà mai totalmente, ma che continuerà incessantemente ad attrarci trascinandoci in un turbinio di emozioni ed esperienze che, pur rendendoci vivi, alla fine decretano sempre la nostra morte.
Cosa ci resta dunque? Allontanarcene ci causerebbe un dolore infinito; non possiamo estirparla dalla nostra vita come fosse un’erbaccia perché i suoi frutti, per quanto possano essere deleteri, ci raccontano chi siamo ancora disposti ad essere. Tutto ciò che resta da fare è viverla senza combatterla.
La bellezza come dannazione e beatitudine
Bisogna dedicarsi a lei senza resistenza: nessun indugio, niente paura, alcun rimpianto accettandone la sua eterna dualità, il suo essere allo stesso tempo bene e male e “cantarla”, celebrarla in ognuna delle sue forme impiegando fino all’ultima stilla di linfa che ci scorre dentro.
È così che sono nati i più grandi capolavori di sempre, è così che Omero scelse di cantare storie invasate affidandosi all’artificio di una Musa veritiera, ma pur sempre ingannevole; è così che Michelangelo ha realizzato l’opera che lo ha reso immortale;
è questo il motivo per cui ci appassionano le struggenti storie del grande schermo; è così che registi, scrittori e coreografi mettono in scena pezzi di bravura destinati ad essere emulati nel tempo. E’ tutto dedicato a lei, alla bellezza: entità fuorviante e totalizzante, salvezza e dannazione di quanti ne subiscono il fascino scegliendo di credere alle reali illusioni con cui continua a soggiogarci oggi, domani e per sempre.
Si sarebbe potuto portare come esempio del valore duale della bellezza situazioni tratte da miti greci (il ratto di Elena, la storia di Psiche, la tragedia di Medea), ma queste sarebbero state soltanto esemplificazioni di quel concetto che gli stessi greci hanno posto come valore assoluto della loro civiltà costruendovi intorno sentimenti destinati a sopravvivere per sempre


