Ci sono allenatori che vincono e allenatori che entrano nel mito. A Castellammare di Stabia, Piero Braglia appartiene di diritto alla seconda categoria. Il tecnico di Grosseto non ha semplicemente guidato la Juve Stabia: ne ha plasmato l’identità moderna, diventando per tutti “Il Re” di una piazza che, sotto la sua guida, ha vissuto una delle ere più iconiche, gloriose e passionali della sua intera storia calcistica.
Un’avventura totale, fatta di trionfi straordinari, una bacheca che si riempie e, purtroppo, un finale amaro che non cancella però un briciolo di quanto costruito.
L’alba del mito: la stagione perfetta e la doppia gemma del 2011
Il legame tra Braglia e le Vespe si consacra nel 2011, l’anno d’oro del calcio stabiese. Il tecnico toscano trascina la squadra in una cavalcata trionfale che spezza un lunghissimo digiuno, riportando la Juve Stabia in Serie B dopo decenni di attesa.
Ma quell’anno non fu solo la promozione a far impazzire la città. Braglia firmò un vero e proprio capolavoro vincendo la Coppa Italia Lega Pro, superando in una doppia finale infuocata il Carpi. Quel trofeo, alzato al cielo davanti a un “Romeo Menti” straboccante d’amore, fu il biglietto da visita di un gruppo granitico, capace di esprimere un calcio solido, operaio e tremendamente efficace.
Gli anni d’oro della cadetteria: il Menti diventa un fortino
Tornata in Serie B, la Juve Stabia di Braglia non recita affatto il ruolo di vittima sacrificale. Al contrario, per due stagioni consecutive le Vespe diventano la vera mina vagante del campionato.
Braglia trasforma lo stadio di casa in un fortino inespugnabile, dove anche le grandi corazzate del calcio italiano lasciano punti e certezze. Sono gli anni dei “grandi colpi”, delle rimonte impossibili e di una salvezza tranquilla conquistata a suon di prestazioni di carattere, specchio fedele del temperamento del proprio allenatore.
Il terzo anno e il finale convulso: quando il giocattolo si rompe
Il calcio, però, sa essere ciclico e spietato. Il giocattolo perfetto si incrina drammaticamente proprio al terzo anno di Serie B, in una stagione tormentata in cui ogni cosa sembra girare storto. I meccanismi che prima rasentavano la perfezione si inceppano e la squadra scivola inesorabilmente nei bassifondi della classifica.
Nel disperato tentativo di dare una scossa all’ambiente e invertire la rotta, la società prende una decisione dolorosa: l’esonero del Re. Al suo posto viene chiamato Fulvio Pea, ma la cura non funziona. In un finale di campionato convulso e drammatico, la dirigenza decide di richiamare proprio Braglia in panchina. È l’ultimo romantico tentativo, una mossa disperata per riaccendere la scintilla del 2011. Ma il miracolo non si ripete: il verdetto della retrocessione era ormai scritto da mesi nei numeri e nelle gambe di una squadra esausta.
L’eredità del Re: Nonostante quell’epilogo amaro, l’era Braglia resta scolpita nella pietra. Nessuno a Castellammare ricorderà quel tecnico per l’ultima retrocessione, ma tutti ricorderanno l’uomo che ha riportato le Vespe a dominare i campi della cadetteria, l’allenatore che ha alzato la Coppa Italia e che ha fatto battere il cuore di un intero popolo al ritmo del suo calcio senza paura.


