Napoli, ‘O Palazzo d’o Diavulo”, perchè viene chiamato così

Napoli, 16 ottobre 1406 – E’ al calar del sole che il nobiluomo Antonio Penna, uomo di fiducia, nonché consigliere di Re Ladislao, si è recato dalla sua “amata” per dichiararle il suo amore e, dunque, proporle il matrimonio; la giovane fanciulla, consapevole del prestigio del suo corteggiatore, chiede, come pegno d’amore, un palazzo bellissimo e lussuoso dove poter vivere nello sfarzo. L’uomo ne è follemente innamorato ma, allo stesso tempo in vera difficoltà poiché, l’amata gli ha lasciato un piccolo margine di tempo oltre il quale sposerà l’altro spasimante. Bisogna agire il più presto possibile ed obiettivamente il tempo non basta; il nobile è sopraffatto dall’impotenza e dalla disperazione, sentimenti che attirano come una calamita l’opportunismo di colui che può: Belzebù.

La posta in gioco richiesta da Belzebù è alta ed Antonio Penne, scaltramente, riesce a  porre una condizione: la sua anima solo se risulterà esatto il conteggio dei chicchi sparsi nel cortile del palazzo una volta eretto in quella stessa notte. E allora succede che (caso raro), a palazzo concluso, come promesso in una notte, Belzebù si sia messo a contare i chicchi, infiniti, accorpati addirittura nella pece del pavimento del cortile, ma l’impresa è ardua, si rende conto che è impossibile, deve rinunciare all’anima dell’ innamorato e, così, ferito nell’orgoglio, scappa immergendosi in una voragine apertasi al centro del cortile.

‘O Palazzo d’o Diavulo” (Palazzo Penne), stile catalano fuso con quello toscano in perfetta armonia

“’O Palazzo d’o Diavulo” (Palazzo Penne), nella parte rinascimentale del centro storico di Napoli, nei pressi dei Banchi Nuovi”, fu commissionato da Antonio Penne, consigliere di Re Ladislao Di Durazzo; consigliere reale, noto per la sua integrità morale, ebbe l’onore di esser sepolto a Santa Chiara. Dopo i suoi discendenti, altri uomini illustri vi abitarono, diventando, poi, nel 1683 sede clericale.

Un progetto, in origine, bello, particolare, articolato su tre livelli dove lo stile catalano si fonde con quello toscano armoniosamente; dove tutti gli elementi del bugnato sono decorati dal “giglio angioino”; mentre le “penne”, simbolo della casata, insistono sull’arco che racchiude il portale d’ingresso.

Sul profilo dell’arco un’iscrizione di Marziale: “Tu che giri la testa, o invidioso, e non guardi volentieri questo palazzo, possa di tutti esser invidioso, mentre nessuno lo è di te.”

 

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