Elezione diretta per tutto?

Sono stati giorni difficili per la presidente del Consiglio, perché Giorgia Meloni ha dovuto fronteggiare prima le questioni mediatiche della sua rottura sentimentale con il giornalista Andrea Giambruno e poi anche l’imbarazzo diplomatico per lo scherzo telefonico di due comici russi, che si sono presentati come i vertici dell’Unione africana.

La premier sta cercando di mettersi tutti questi inconvenienti alle spalle, dedicandosi all’attività politica di governo. Sulla questione delle proposte costituzionali del centrodestra la presidente del Consiglio ha dichiarato testualmente: “Abbiamo sulle nostre spalle una responsabilità storica: consolidare la democrazia dell’alternanza e accompagnare finalmente l’Italia, con la riforma costituzionale che questo Governo intende portare avanti, nella Terza Repubblica”.

Giorgia Meloni ha espresso questa dichiarazione a Saint Vincent nell’ambito della convention della Democrazia cristiana, organizzata dal parlamentare eletto però con fratelli d’Italia, Gianfranco Rotondi.

La premier ha definito con i leader della coalizione di governo il pacchetto di misure sulle riforme costituzionali portate poi all’attenzione di tutto il Consiglio dei ministri. Il governo sembra cambiare rotta rispetto alle proposte dell’ultima campagna elettorale del centro destra per le riforme costituzionali perché abbandona il presidenzialismo americano e anche il semipresidenzialismo francese, mettendo sul tavolo una sorta di premierato all’italiana.

Il sistema è molto simile a quello che era in vigore in Israele, l’unico al mondo a prevedere l’elezione diretta del Primo ministro, e prevede l’elezione diretta del Premier nello stesso giorno in cui si rinnova il Parlamento, attraverso l’utilizzo di una legge elettorale maggioritaria, che garantisca il 55% dei seggi al partito o alla coalizione vincente, per assicurare la governabilità. Il meccanismo di questo inedito premierato è stato messo a punto dal ministero delle Riforme costituzionali, guidato dall’ex presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati e rifinito dallo stesso governo Meloni, ed è molto simile al sistema in vigore dalla legge 81 del 1993, per l’elezione diretta dei Sindaci.

La legge 25 marzo 1993 n. 81 è una legge dello Stato italiano, che disciplina l’elezione del sindaco, del presidente della provincia, dei consigli comunali e provinciali. La legge viene comunemente identificata come la norma che introdusse l’elezione diretta del sindaco da parte dei cittadini. In questo sistema esteso poi all’elezione diretta del presidente della giunta regionale, anche se con leggi elettorali che non prevedono il secondo turno, l’investitura popolare predomina e nei casi di crisi di sfiducia la prima opzione è il ritorno alle urne.

Il testo del governo dovrebbe però prevedere la cosiddetta “fiducia costruttiva”, fortemente voluta dalla Lega del ministro Salvini, vale a dire che in caso di cessazione dalla carica del premier il Parlamento può proporre un sostituto, purché sia espressione della stessa maggioranza uscita vincitrice dalle urne e che aveva votato la fiducia all’inizio della legislatura. Ma su questo meccanismo, definito antiribaltone, per evitare cambi di maggioranza e lunghe crisi di governo, il confronto è ancora aperto e naturalmente si estende anche al Colle, perché con il sistema dell’elezione diretta del premier si finisce inevitabilmente per depotenziare il ruolo del presidente della Repubblica.

Dopo i necessari passaggi nelle due Camere, se questa riforma fosse approvata in Parlamento con meno dei due terzi, ci sarebbe comunque il referendum confermativo costituzionale, che potrebbe trasformarsi come quello del 4 dicembre 2016, in una consultazione popolare sul presidente del Consiglio in carica.

Nel 2016 la bocciatura del referendum rappresentò una sconfitta pesantissima per Matteo Renzi, che si dimise da premier subito dopo e questa nuova consultazione popolare potrebbe essere decisiva anche per Giorgia Meloni, perché lei sarebbe la candidata premier naturale per il futuro della destra a palazzo Chigi.

Le opposizioni, tranne proprio il partito Italia viva dell’ex premier Renzi, potrebbero convincere gli italiani ad evitare, che Giorgia Meloni venga ulteriormente rafforzata con la riforma costituzionale del premierato, da un voto popolare che le conferirebbe poteri molto grandi. La destra invece promuoverebbe l’investitura popolare della presidente del Consiglio, per rafforzare la maggioranza attualmente al governo.

Il fronte del No al premierato finirà molto probabilmente per apparire il difensore dello status quo istituzionale, in continuità con tutta una corrente politica sostanzialmente immobilista a difesa della “Costituzione più bella del mondo”, come disse l’ex segretario del PD Pierluigi Bersani. Quella corrente nel 2016 fece fallire la riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi, con il contributo importante dell’allora ministra per le riforme Maria Elena Boschi.

 

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