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La condizione della donna in Iran

Esattamente quaranta anni fa, nel febbraio 1979, l’Iran fu scosso da una rivoluzione che portò alla deposizione dello scià Reza Pahlavi e che provocò uno strappo indelebile nella storia del paese e della sua società.

L’Iran passò dall’essere uno dei paesi islamici più laici ed aperti ad uno tra i più chiusi e bigotti. Questo brusco cambio di passo venne subito soprattutto dalle donne che si trovarono a pagare il prezzo più alto.

La donna in Iran prima della rivoluzione islamica

Durante i regni dello scià Reza Pahlavi e di suo figlio Mohammad Reza Pahlavi, l’Iran iniziò una modernizzazione senza precedenti.

Alle prime riforme degli anni Venti, che prevedevano il bando del velo e la possibilità di iscrizione all’università, seguirono l’acquisizione del diritto di voto, sia attivo che passivo, la riforma del codice di famiglia con difesa del diritto delle donne in questioni come il divorzio e la limitazione della poligamia.

L’occidentalizzazione era però sentita da larga parte della popolazione come forzata e contraria alle tradizioni islamiche sciite e molte donne si ribellarono con forme di resistenza più o meno passive. Quando esplose la rivolta che portò alla destituzione dello Scià, molte donne utilizzarono lo chador (un indumento tradizionale iraniano simile a una mantella con un foulard) come metafora della ribellione.

La rivoluzione del 1979

Con l’avvento al potere dell’ayatollah Khomeini, le donne subirono le limitazioni più pesanti. Prima ancora della proclamazione della Repubblica islamica molte misure restrittive della libertà e dei diritti delle donne furono annunciate: in primis il divieto di frequentare la facoltà di giurisprudenza e di accedere alla carriera di giudice.

Tutti i diritti concessi sotto lo scià, dall’accesso all’istruzione superiore, al divorzio e alla libertà di movimento e di abbigliamento furono revocati. Considerate come l’incarnazione del vizio e della seduzione sessuale, venne loro imposto un severissimo dress code e l’uso dell’hijab (il velo islamico) divenne obbligatorio per tutte le donne: capelli e corpo ad eccezione del volto e delle mani dovevano essere coperti.

La poligamia fu di nuovo ammessa e l’età legale del matrimonio fu spostata a 9 anni. L’uomo tornò ad essere l’alpha e l’omega della vita di una donna avendo il potere di prendere decisioni riguardanti la famiglia, inclusa la libertà di movimento e la custodia dei figli.

Inoltre nonostante dal 1983 fosse in vigore l’obbligo dell’uso dell’hijab l’Ayatollah, per far fronte alle pressioni di alcuni suoi seguaci, ribadì l’eguaglianza (di principio più che di fatto)  dei diritti di donne e uomini nei campi politico, lavorativo e dell’istruzione.

Dalla presidenza Khatami alle conquiste odierne

Nel 1997, quando Mohammad Khatami fu eletto presidente, nuove leggi furono introdotte con l’obiettivo di evitare la promiscuità tra uomo e donna in ambienti come istruzione e sanità. Negli ospedali tutti i servizi ospedalieri furono divisi per sesso e, nelle scuole, alle insegnanti donne fu impedito l’accesso in aule maschili e viceversa.

Ad oggi la condizione della donna è solo parzialmente migliorata e piccole aperture si registrano sul versante della scelta dell’abbigliamento. Risulta assolutamente normale oramai vedere per le strade delle metropoli iraniane donne con piccoli hijab che coprono solo una parte del capo e dei capelli e con abiti occidentali come i jeans.

Tuttavia, il tema fondamentale dei diritti civili delle donne iraniane continua ad alimentare accesi dibattiti, soprattutto in Occidente.

Recentemente alcuni episodi hanno portato alla ribalta il tema. L’emblematico caso dell’avvocato per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, di 55 anni, condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate per essersi opposta all’obbligo del velo, aver effettuato visite in carcere senza di esso e aver assunto la difesa di donne che avevano protestato contro l’obbligo di indossarlo, ha scatenato proteste violente su tutti i media internazionali.

E ancora, la tragica storia di Sahar Khodayari, morta in ospedale a Teheran a causa delle ustioni riportate dopo essersi data fuoco per timore di essere incriminata e condannata in seguito alla decisone di assistere a una partita di calcio travestita da uomo (solo recentemente le donne hanno avuto libero accesso agli stadi, sebbene in settori riservati) o quella dell’attivista Vida Movahedi, arrestata per non aver indossato il velo in luogo pubblico, testimoniano brutalmente la difficoltà di vita delle donne nella teocrazia islamica.

Da anni moltissime attiviste, costrette all’esilio, viaggiano per il mondo testimoniando la condizione della donna in Iran. Una di queste è l’avvocato e pacifista Shirin Ebadi, premio nobel per la pace 2003 e prima donna musulmana ad ottenerlo, che prima di essere costretta a lasciare l’Iran ha combattuto strenuamente contro le violazioni dei diritti umani nel suo paese.

L’unico veicolo di cambiamento in un Paese che conta 45 milioni di giovani, potrebbe essere incarnato dalle istanze delle generazioni cresciute dopo il 1979 che, nella istituzione di un nuovo sistema politico a carattere democratico che preveda separazione tra religione e politica, nella parità tra uomo e donna, nella libertà di espressione e di pensiero e nel rispetto dei diritti umani, individuano le caratteristiche imprescindibili  di un nuovo ordine sociale garante delle libertà fondamentali dell’individuo.

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