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Il 26 marzo il Parlamento europeo con 348 sì, 274 no e 36 astenuti ha approvato la nuova direttiva sul copyright. Ora manca solo il via libera ufficiale del Consiglio, all’interno del quale 21 governi hanno già approvato il testo (quello italiano ha però votato contro). Successivamente la direttiva sarà pubblicata ufficialmente nella Gazzetta Ufficiale e i diversi Paesi dovranno inserirla nei loro ordinamenti giuridici in un tempo stimato pari a due anni.

Cosa prevede la direttiva

La nuova direttiva modifica profondamente le norme in vigore dal 2001 cercando di aggiornare la regolamentazione sul copyright per far fronte a un mercato che ha subito cambiamenti radicali nel corso degli anni. Essa equipara la tutela del diritto d’autore online a quella già esistente e inserisce norme che prevedono che le piattaforme debbano pagare per pubblicare qualsiasi contenuto non di loro proprietà. Obiettivo precipuo è quello di salvaguardare “un elevato livello di protezione del diritto d’autore  e dei diritti connessi”. A garanzia di queste condizioni sono presenti gli articoli più controversi del testo: l’11 e il 13.

Gli articoli 11 e 13

Innanzitutto nella versione emendata e votata l’articolo 11 è diventato il 15 e il 13 è diventato il 17.Essi introducevano rispettivamente una “link tax” e un “upload filter”(un filtro sul caricamento dei contenuti). Ma nel testo approvato essi hanno subito una radicale trasformazione. L’art.15 prevede che le grandi piattaforme come Facebook, Google e Youtube facciano accordi con giornali ed editori e li paghino per far circolare articoli e video sulle rispettive piattaforme. Quindi gli autori di un contenuto editoriale veicolato dalle piattaforme online dovranno essere remunerati dai propri editori, a loro volta pagati per i contenuti concessi agli aggregatori digitali. L’art. 17 prevede che i colossi Youtube e Facebook debbano controllare tutto quello che viene caricato sul web e rimuovere contenuti protetti dal diritto d’autore. Una misura che si concretizzerebbe in filtri preventivi che, tramite un riconoscimento automatico dei video, verificherebbero i filmati caricati per controllare eventuali contenuti protetti dal copyright.

Il compromesso raggiunto in questi mesi ha permesso però di escludere “enciclopedie online senza fini di lucro” (Wikipedia) e le start-up (esenzione delle società con meno di tre anni di vita e fatturato annuo inferiore ai 10 milioni di euro e meno di 5 milioni di utenti unici su base mensile). Inoltre anche i “meme” e i contenuti pubblicati “a scopo di caricatura o parodia” sono salvi.

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Le critiche e l’andamento del voto degli eurodeputati italiani

I due articoli sopracitati sono stati ampiamente criticati perché secondo alcuni nasconderebbero delle insidie. Per quanto riguarda l’articolo 15, il timore e che le piattaforme non vorranno pagare e di conseguenza il le visite sui mezzi d’informazione calerà. Mentre per quanto riguarda l’articolo 17, le maggiori critiche si sono concentrate sul fatto che i filtri automatici potrebbero non essere in grado di distinguere i contenuti protetti da copyright da quelli che citano in maniera legittima.

Coerentemente con la linea del governo giallo-verde, gli eurodeputati grillini e leghisti si sono opposti alla direttiva anche se quello della libertà del web è sempre stato uno degli elementi identitari del Movimento Cinque Stelle e a muovere le critiche più aspre è stato soprattutto il Movimento. Compatti per il sì Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il Pd è risultato diviso: la maggioranza dei deputati (21) ha votato sì, ma tre si sono schierati per il no.

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