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Il 23 maggio le elezioni indiane hanno consegnato il risultato stupefacente di un trionfo senza precedenti del Baratiya janata party (Bjp) e del suo leader Narendra Modi. Le elezioni sono state considerate alla stregua di un referendum sui cinque anni di governo di Modi (in carica dal 2014). Per la prima volta nella storia indiana, nonostante il Bjp fosse dato per favorito anche per la debolezza delle opposizioni, il partito di Modi ha ottenuto la maggioranza assoluta, guadagnando 21 seggi in più rispetto al 2014. Il 30 maggio il premier e i suoi 57 ministri (24 dei quali con portafoglio) hanno giurato a New Delhi in una cerimonia al palazzo presidenziale, davanti a seimila invitati.

 

La figura di Narendra Modi

Narendra Damodardas Modi è nato in una famiglia di casta bassissima a Vadnagar, nello stato federato del Gujarat. In gioventù militò in un movimento paramilitare di estrema destra hindu e, durante la sua carriera politica, è stato per tre volte ministro dello stato indiano del Gujarat. Più volte criticato per le sue posizioni estremiste e nazionaliste, nel 2014 è stato eletto Primo ministro dell’India. Durante l’ultima campagna elettorale ha più volte ribadito di essere un suprematista etnoreligioso e le recenti tensioni con il Pakistan per la regione del Kashmir lo hanno ampiamente dimostrato. Sotto il suo mandato inoltre i suprematisti indù sono riusciti a infiltrarsi nelle istituzioni, dall’esercito alla magistratura e, nonostante non sia riuscito a mantenere le principali promesse delle elezioni del 2014 (nuovi posti di lavoro e sicurezza nazionale) l’appoggio popolare sembra incrollabile. Come sostiene Pankaj Mishra in un articolo pubblicato sul New York Times, “il compito che Modi si è dato in India è lo stesso di molti altri demagoghi di estrema destra: stuzzicare un popolo intimorito e arrabbiato presentando come capri espiatori minoranze, profughi, persone di sinistra e progressisti e al tempo stesso accelerando forme predatorie di capitalismo”.

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La campagna elettorale di Modi

L’India è la più popolosa democrazia del mondo. Le elezioni servivano per rinnovare la Camera bassa (Lok Sabha) del Parlamento. La campagna elettorale di Modi è stata basata su una retorica fortemente nazionalista e a difesa dell’identità induista. I principali punti del suo programma riguardavano la sicurezza nazionale (con una lotta senza quartiere al terrorismo) e il rilancio economico del subcontinente indiano. Ha annunciato inoltre di voler migliorare le condizioni degli agricoltori, con un raddoppio del loro reddito entro 3 anni e la garanzia della pensione a 60 anni. Ha inoltre proposto di creare 75 nuove facoltà di medicina per dare risposta alla carenza endemica di medici e alle pressanti richieste di miglioramento sanitario della popolazione. Un altro punto riguarderebbe lo status di regione speciale al Kashmir. Modi vorrebbe infatti revocarne lo statuto speciale. Una scelta che potrebbe risultare pericolosa nei confronti del vicino Pakistan e l’inizio di una nuova escalation di violenze.

Ora il Partito del Congresso, che in più di dieci stati non ha vinto alcun seggio e che è stato battuto anche nell’Uttar Pradesh, tradizionalmente associato ai Gandhi, dovrà reinventarsi per contrastare lo strapotere di Modi e andare oltre il pesante nome che si porta dietro.

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