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Ormai sembra tutto pronto per la firma italiana del documento di adesione formale alla Belt and road initiative, la cosiddetta “nuova via della seta” che ha suscitato vivaci proteste da parte degli USA e dell’Ue. Nella sostanza si tratta di un memorandum d’intesa al cui interno non vi sarebbero impegni specifici, un “memorandum”, nelle parole di Di Maio, “che permetterà alle nostre imprese di esportare più made in Italy anche in Cina”. Michele Geraci, sottosegretario allo sviluppo economico, ha dichiarato che la firma avverrà in occasione della visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping per la fine di marzo. Lo stesso Geraci, considerato un personaggio-chiave dei negoziati, già nell’agosto 2018 aveva lanciato una task force governativa per promuovere le relazioni sino-italiane. Relazioni esaltate anche dal ministro dell’economia Giovanni Tria che a dicembre aveva elogiato il progetto cinese.

 

La nuova via della seta 

La nuova via della seta è un progetto d’investimento e cooperazione economica che nelle intenzioni di Pechino dovrebbe inglobare un terzo del PIL mondiale, il 62% della popolazione del pianeta e passare dall’Asia all’Europa attraverso l’Africa.Un progetto fortemente voluto dalla Cina e dal suo presidente, Xi Jinping, che, ha puntato su un glorioso passato (anche se la definizione di via della seta è da far risalire al geografo tedesco Ferdinand Von Richthofen che la utilizzò per la prima volta nel 1877) per dimostrare la volontà cinese di assumere una guida globale. Si tratta infatti, nell’analisi di molti studiosi, in un nuovo modello di globalizzazione a guida cinese contro il modello protezionistico dell’”America first” di Donald Trump, con alcune peculiarità come il tentativo di programmazione economica. In sintesi dovrebbe servire al paese asiatico come progetto politico per emanare la sua influenza; a livello commerciale per mettere sul mercato il suo surplus economico; e infine come tentativo di influenzare globalmente la definizione dei comportamenti delle imprese a livello globale.

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Il summit di presentazione e gli strumenti economici

Per presentare al mondo il progetto, la Cina ha organizzato un summit maestoso nel 2017, il “Belt and road forum for international cooperation” a cui hanno partecipato 29 capi di stato, 1200 delegati di 119 paesi, la Banca mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Tra i più entusiasti del progetto si possono sicuramente annoverare le nazioni dell’Europa orientale, mentre l’India non ha partecipato perché infastidita dall’adesione di Pakistan e Nepal. L’ex premier Paolo Gentiloni è stato l’unico leader di un paese del G7 a partecipare e l’Italia è anche tra i fondatori della AIIB (Asian Infrastructure investment Bank), una banca d’investimento con un capitale stimato intorno ai 100 miliardi di dollari. Insieme al fondo statale di private equity da 40 miliardi di dollari “Silk Road fund” rappresentano i due strumenti finanziari del progetto. Due strumenti visti come il tentativo di scalfire il monopolio di Banca mondiale, FMI e Banca asiatica (a guida giapponese). La strategia cinese, in questo suo tentativo di egemonia, risulta tuttavia completamente differente rispetto a quella americana. Priorità di Pechino è quella di rassicurare i suoi potenziali partner senza intaccare gli affari interni del paese, stipulando accordi commerciali e trattati bilaterali per le infrastrutture.

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La decisione italiana e le possibili ripercussioni

Fino ad ora nessun paese del G7 ha firmato l’accordo, e dal momento che il nostro Paese, terza economia europea si appresti a farlo in questo momento, con lo scontro tra Cina e Stati Uniti aperto su più fronti e nel bel mezzo della trattativa sul commercio più importante della storia, risulta molto provocatorio per Washington. A ciò si dovrebbe aggiungere che l’Italia starebbe valutando la possibilità di prestiti dall’AIIB, e questo potrebbe essere un nuovo motivo di attrito con gli USA. Matteo Salvini ha tentato di convincere Giuseppe Conte e Luigi Di Maio che sottoscrivere l’accordo ora sarebbe un grave errore e che potrebbe avere forti ripercussioni come una rottura con Washington. Il timore che serpeggia tra le file della Lega è infatti quello di una vendetta che potrebbe materializzarsi con i giudizi impietosi delle agenzie di rating (finora benevole nei nostri confronti), con i fondi di investimento americani che non comprerebbero più i nostri titoli di Stato ecc. Nonostante ciò il premier Giuseppe Conte, dopo il vertice a Palazzo Chigi, ha rassicurato i giornalisti affermando che non ci saranno azioni predatorie sulle nostre infrastrutture, porti e telecomunicazioni affermando che nessun asset strategico è messo a repentaglio e che si tratta di un accordo “non vincolante”.

 

Qualche numero

Secondo i dati della Fondazione Italia-Cina a partire dal 2000 moltissime sono state le imprese italiane che hanno goduto di in vestimenti cinesi, per un valore di 13,7 miliardi di euro. Attualmente la Cina assorbe il 2,7% delle esportazioni italiane e rappresenta l’ottavo mercato di esportazione per l’Italia con 11,1 miliardi di euro. Le importazioni dalla Cina hanno un valore di 27,3 miliardi di euro, facendo dell’Italia il diciannovesimo mercato di esportazione, con un valore pari all’1,3% di export.

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