Remigrazione, che cos’è e perché se ne parla così tanto


Negli ultimi mesi, il termine “remigrazione” è probabilmente uno di quelli che leggiamo e sentiamo di più, una parola che irrompe prepotentemente nel dibattito politico mainstream europeo e, di riflesso, italiano. Ma cosa si nasconde dietro questa parola? È un semplice sinonimo di rimpatrio o sottintende un progetto politico più vasto e controverso Ecco un’analisi del fenomeno e delle ragioni della sua attualità.

Che cos’è la remigrazione?

Per comprendere il dibattito, è fondamentale distinguere tra il significato etimologico e sociologico del termine e il nuovo significato politico che gli è stato attribuito.

In demografia e sociologia, la remigrazione (o ritorno migratorio) indica semplicemente il processo per cui un migrante, dopo aver trascorso un periodo in un paese straniero, decide di tornare nel proprio paese d’origine. È un fenomeno naturale, spesso volontario o legato alla fine di un ciclo lavorativo o di studio.

Nel linguaggio della “Nuova Destra” europea e dei movimenti identitari, la parola ha subito uno slittamento semantico radicale. Oggi, quando si parla di remigrazione in politica, si intende il ritorno forzato o indotto di massa non solo degli immigrati irregolari, ma anche di quelli regolari e, in alcune visioni più estreme, dei cittadini naturalizzati (con passaporto europeo) che non sono considerati “assimilabili” culturalmente o etnicamente.

Da dove arriva questo concetto?

Il concetto si basa sull’idea che l’integrazione sia fallita e che la coesistenza multiculturale sia impossibile. Di conseguenza, l’unica soluzione proposta non è fermare nuovi arrivi, ma invertire i flussi demografici. Sebbene il termine sia nato in Francia e si sia sviluppato in Germania, anche l’Italia sta discutendo sulla remigrazione.

Il nostro Paese vive una fase di forte polarizzazione sul tema migratorio. Con le elezioni europee appena passate, il linguaggio politico tende a radicalizzarsi. Alcune frange della destra italiana hanno iniziato a utilizzare il termine o concetti affini per mobilitare l’elettorato più radicale, deluso dalle politiche migratorie tradizionali che faticano a gestire gli sbarchi.

Il caso Vannacci e il dibattito sull’identità

Anche se non usa sempre il termine esatto “remigrazione”, il dibattito sollevato dal generale Roberto Vannacci e dal suo libro Il mondo al contrario tocca corde simili: la messa in discussione dell’italianità dei cittadini di origine straniera (anche se nati in Italia o campioni sportivi) e l’idea che la cittadinanza non garantisca l’appartenenza culturale. Questo ha creato un terreno fertile affinché concetti come la remigrazione attecchiscano nel discorso pubblico italiano.

Perché il termine è controverso e pericoloso?

I critici, i costituzionalisti e le associazioni per i diritti umani sottolineano che l’applicazione pratica della “remigrazione” politica comporterebbe gravi violazioni dello Stato di diritto:

  • Incostituzionalità: Espellere cittadini in base alla loro origine etnica o culturale viola il principio di uguaglianza (Art. 3 della Costituzione Italiana) e i diritti fondamentali dell’uomo.

  • Pulizia etnica: Molti osservatori notano che “remigrazione” funge da eufemismo per indicare deportazioni di massa o pulizia etnica, rendendo “accettabile” un concetto violento attraverso un linguaggio burocratico.

  • Clima sociale: La diffusione di questa retorica aumenta la stigmatizzazione degli italiani di seconda generazione, creando fratture sociali e insicurezza.

La remigrazione non è più solo una teoria marginale, ma è diventata una parola “chiave” per capire l’evoluzione della destra radicale in Europa. In Italia, il termine funge da cartina di tornasole per misurare quanto il dibattito sull’immigrazione si stia spostando dalla gestione dei flussi (chi entra) alla messa in discussione della cittadinanza stessa (chi ha diritto a restare). È entrata o soggiorna irregolarmente; è socialmente pericolosa o ha commesso gravi reati. Rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale. Ogni caso viene valutato singolarmente da un giudice che deve convalidare l’atto, verificando che non ci siano rischi di persecuzione nel paese di ritorno.

  • Remigrazione (Concetto politico):

    Il concetto teorizzato dalla destra radicale implica spesso movimenti di massa o collettivi. L’idea è spostare interi gruppi di persone basandosi su criteri etnici, culturali o religiosi, indipendentemente dalla condotta del singolo individuo, ma le espulsioni collettive sono esplicitamente vietate dal diritto internazionale.

Il bersaglio: irregolari vs regolari e cittadini

Con la legge attuale, l’espulsione colpisce quasi esclusivamente chi non ha titolo per stare in Italia (clandestini, permessi scaduti). Chi ha un permesso di soggiorno regolare (per lavoro, studio, famiglia) o chi ha ottenuto la protezione internazionale non può essere espulso, salvo casi eccezionali di gravissima minaccia terroristica o criminale. La novità radicale di questo concetto è che estende l’idea dell’allontanamento anche a:

  • Immigrati regolari: Persone che lavorano e vivono legalmente qui, ma considerate “non integrabili”.
  • Cittadini italiani naturalizzati (o figli di immigrati): Qui si tocca il punto più critico. Per attuare la remigrazione su cittadini (ad esempio italiani di seconda generazione), mettendo in primo piano il legame tra il paese d’origine rispetto a quello naturalizzato e agevolandone il ritorno.

Cosa dice la Costituzione Italiana?

L’attuazione pratica della remigrazione, intesa come allontanamento di cittadini o residenti regolari su base etnico-culturale, si scontrerebbe contro un “muro” costituzionale invalicabile in Italia:

  • Articolo 3 (Uguaglianza): “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…”

  • Articolo 22 (Cittadinanza): “Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.”

    È vero che il Decreto Sicurezza del 2018 (governo Conte I, ministro Salvini) ha introdotto la possibilità di revoca della cittadinanza, ma in casi estremamente limitati:

  • Solo per condanne definitive per reati di terrorismo ed eversione.

  • Solo se la cittadinanza era stata acquisita (non per chi è italiano dalla nascita).

La “remigrazione” teorica vorrebbe ampliare enormemente questa casistica, applicando la revoca non per ciò che si fa (reati gravissimi), ma per ciò che si è (appartenenza a una cultura diversa). In conclusione, mentre il “rimpatrio” è uno strumento di controllo dei confini legittimo e codificato, la remigrazione (nel senso inteso dai movimenti identitari) richiederebbe lo smantellamento dei principi di uguaglianza su cui si fondano le democrazie occidentali post-belliche. Si prevede che questo tema farà discutere i cittadini e la politica ancora per molto tempo.

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