Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima di andare a Genova…». Chissà se tra le note immortali di Paolo Conte e il manto erboso del Luigi Ferraris corre un filo invisibile. Quel misto di timore e reverenza, di smarrimento davanti al mare e all’imponenza di una grande del calcio, all’intervallo sembrava essere il copione già scritto del pomeriggio delle Vespe. La Sampdoria avanti, il pubblico di casa a spingere, la sensazione di un compito troppo grande da portare a termine.
Poi, però, c’è il calcio. Quel gioco strano e meraviglioso che prende le canzoni, le smonta e ne ribalta il senso: «e invece no, guarda cos’è…». Quella faccia un po’ così si è trasformata nell’ostinazione fiera di chi a Genova non ci è andato per fare la comparsa, ma per prendersi la scena e far saltare il banco.
L’editoriale di questo memorabile 1-2 in casa blucerchiata porta due firme d’autore, diverse per traiettoria ma identiche per peso specifico.
La prima è quella di Marco Bellich. Se la Juve Stabia possiede una bussola, questa ha il volto del suo numero quattro. Bellich non è soltanto il presente della difesa gialloblù: è il custode del passato, di quella fame accumulata nei campi di periferia, ed è la garanzia per il futuro. Quando la partita brucia, lui sale in cattedra. Il suo colpo di testa al 73’ non è stato solo il gol del pareggio; è stata una frustata all’inerzia del match, la dimostrazione fisica che la certezza e la leadership non si comprano al mercato, si costruiscono palla su palla.
La seconda firma, invece, ha il sapore intatto delle favole d’altri tempi. Entra Antonio Di Nardo, poggia il piede sull’erba di Marassi e, al primo pallone toccato, trasforma la realtà in incantesimo. Controllo, sterzata e destro a fendere la rete. Boom. Banco saltato, settore ospiti in delirio e partita ribaltata all’82’. Nemmeno il miglior sceneggiatore avrebbe potuto orchestrare un esordio più poetico: l’attaccante che entra dalla panchina e al primo tocco di palla riscrive la storia della domenica.
Genova, per chi ci va da ospite, sa essere severa e malinconica. Ma la Juve Stabia ne è uscita con il sorriso spavaldo delle grandi serate. Tra l’incornata rocciosa di Bellich e la pennellata da sogno di Di Nardo, le Vespe tornano a casa lasciandosi alle spalle quel mare che «fa paura» e portandosi via tre punti che profumano di storia.


