Ci si chiedeva quale fosse la reale caratura di questo Napoli a guida Massimiliano Allegri, e la risposta arrivata dal lunch match dell’Artemio Franchi ha il sapore amaro di un’incompiuta. L’1-1 contro la Fiorentina di Paolo Vanoli non è soltanto una battuta d’arresto numerica — con quei sei punti di distacco dalla vetta che già iniziano a farsi pesanti dopo appena cinque giornate — ma è il ritratto fedele di una squadra che vive ancora di fiammate estemporanee e che non ha ancora imparato a dominare i propri destini.
L’inizio gara del Franchi ha mostrato tutte le fragilità strutturali di un gruppo arrivato a Firenze con troppe certezze e poca cattiveria agonistica. Subire due traverse nel giro di centoventi secondi — prima con Atta e poi con Fagioli — è un campanello d’allarme che non può essere archiviato come semplice sfortuna avversaria. È la spia di un approccio morbido, quasi indolente, a cui ha fatto da contraltare solo la giocata del singolo e l’ingegno della panchina.
E qui sta il paradosso di questo avvio di stagione. Il Napoli sa accendersi all’improvviso, sorretto dalla qualità dei singoli: la doppia chance di Olivera, la coordinazione sublime di Gilmour sul corner ricamato da Politano — con tanto di complimenti immediati di Allegri al vice Landucci per lo schema da lavagna — sono perle di rara bellezza. Ma il calcio di vertice non è un’esibizione d’arte figurativa; è continuità, cinismo, gestione dei momenti chiave.
Nel secondo tempo, la squadra di Allegri ha commesso il peccato originale di chi si specchia troppo nella propria superiorità presunta. La reazione della Fiorentina era ampiamente prevedibile, eppure il gol del pari firmato da Jimenez, complice la sfortunata ma indicativa deviazione di Marin, ha colto i partenopei mentalmente impreparati. Da quel momento in poi, si è vista una squadra spaccata in due, salvata a più riprese dai riflessi di Milinkovic-Savic ma incapace di piazzare la zampata decisiva, pur scontrandosi contro un David de Gea in versione monumentale su Neres e Favasuli.
Uscire da Firenze con un punto non è un dramma in senso assoluto, specie considerando il valore di un’avversaria spinta dall’orgoglio e dall’impronta tattica di Vanoli. Ma per una piazza che alimenta ambizioni da primato, 7 punti in 5 partite rappresentano una media da mezza classifica, non da scudetto.
Allegri ha il dovere di trasformare al più presto questo Napoli da “laboratorio di schemi da fermo” a macchina da guerra solida e spietata. Il tempo dei rodaggi è già finito: la vetta scappa e, se non si cambia marcia a partire dall’atteggiamento, il rischio è quello di trovarsi a rincorrere quando sarà ormai troppo tardi.


