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Le inchieste del commissario Maigret – La serie segue le indagini del Commissario Maigret, capo dipartimento della polizia parigina. Uomo dalla corporatura massiccia, probabilmente ereditata dalla sua origine contadina, largo di spalle, dall’aspetto distinto, ma dall’indole burbera. Amante della buona cucina, bevitore d’abitudine e accanito fumatore di pipa. Immerso nei cupi e bui vicoli della periferia parigina, l’investigatore avrà a che fare con ogni sorta di personaggio.

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La serie abbandona lo schema del “giallo all’inglese”, imperniato su delitti perfettamente orchestrati, investigatori infallibili, ambientazioni mondane e altolocate. Maigret è a contatto con personaggi e ambientazioni popolari e piccolo borghesi. Ed infatti, nella serie, e nelle opere di Simenon (autore dei romanzi ), il centro dell’attenzione è spostato sulle motivazioni umane che portano al delitto, più che sulla ricerca degli indizi materiali.

La serie, composta da sedici episodi e divisa in trentacinque puntate, fu proposta alla Rai da Diego Fabri. E fu quest’ultimo a scegliere Gino Cervi come interprete dell’umano e geniale commissario. E la scelta fu veramente felice. Lo stesso Simenon lodò l’interpretazione dell’attore bolognese. Lo scrittore francese disse che “andava molto bene anzi perfettamente nel ruolo di Maigret”.

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Per le prime due serie, andate in onda fra il 1964 e il 1966, gran parte delle sequenze, persino per alcune ambientazioni da esterno, erano girate in interni, nei teatri di posa e studi televisivi della RAI. Un esempio: la finta Rue des Acacias ricostruita in studio in Maigret sotto inchiesta. O l’intero giardino pubblico ricostruito in interno nell’episodio L’innamorato della signora Maigret. Solo poche sequenze, fra le quali quelle delle sigle iniziali, venivano filmate a Parigi in esterno, per assicurare maggiore autenticità all’ambientazione.

Negli anni successivi, per la terza e quarta serie, andate in onda fra il 1968 e il 1972. Poté essere inserito un maggior numero di sequenze girate in esterno. Infatti la Rai poteva disporre di una tecnologia televisiva più evoluta.

L’ultima puntata fu un vero e proprio successo. Ben diciotto milioni si italiani rimasero in casa a vedere la conclusione dello sceneggiato. E, anche in questo caso, perfette erano le musiche. A mio avviso la migliore fu la sigla di chiusura della terza stagione: Frin Frin di Tony Renis.

Vedi anche: 10 sceneggiati italiani – Nero Wolfe

 

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